A tavola con il nemico: opinioni a confronto

Opinioni a Confronto

Vi sarà sicuramente capitato di intavolare una discussione su un argomento che ci riguarda tutti quotidianamente: l’alimentazione. Vegetaristi (vegetariani, vegani, frugivori, ecc.) e onnivori si confrontano, sempre più spesso, per stabilire quanto sia più o meno condivisibile e giusto (dal punto di vista ecologico, salutista ed etico) il consumo di carne. Questo tema di estrema attualità, sembra incendiare, nei casi più estremisti, gli animi di entrambe le fazioni. Il nostro scopo, nel realizzare questa Rubrica, non consiste nel mettere in risalto la maggiore attendibilità o correttezza dell’una o dell’altra “corrente di pensiero”, mirando alla conversione dei nostri lettori verso una o l’altra parte.
La nostra intenzione è di dar voce a tutti in egual misura, mantenendoci sempre imparziali e senza pregiudizi, perché pensiamo che qualsiasi argomentazione possa diventare spunto di riflessione, purché valida e ben motivata.
Ci aspettiamo, quindi, il vostro contributo: se volete dire la vostra, mandateci i vostri scritti via e-mail a: [email protected]

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Dal punto di vista di un… onnivoro
Il vero ed unico scopo di una dieta è quello di nutrire l’organismo in maniera completa e sana e per “sano” si intende anche piacevole: mangiare cose naturali e nutrienti che però provocano disgusto o deprimono è quanto di più lontano ci possa essere dal termine “sano”. Una dieta corretta prevede un’alimentazione “varia” e “bilanciata” di TUTTI gli alimenti secondo il proprio fabbisogno energetico, il proprio metabolismo e l’attività fisica svolta, e tenendo costantemente sotto controllo il proprio peso ideale. Nel variegato mondo dell’alimentazione, invece, esistono molti estremisti che seguono diete sbilanciate per una scelta più “morale” o ideologica che “salutare” e che magari sono perfino convinti di fare del bene al proprio corpo. Tra le motivazioni etiche maggiormente condivise troviamo: gli animali vengono allevati e uccisi crudelmente e il grano necessario per nutrirli potrebbe essere usato per chi muore di fame. In realtà, secondo alcuni scienziati (come ad esempio Daniel Dennet e Stephen Budiansky) si dovrebbe fare una distinzione tra il dolore, esperienza indubbiamente condivisa da gran parte del mondo animale, e la sofferenza, che deriva da un tipo di coscienza di sé apparentemente ristretto a pochissime specie. La sofferenza non è solo un dolore più forte, ma è una sensazione amplificata da caratteri prevalentemente umani, come il rimorso, l’autocommiserazione, la vergogna, l’umiliazione e la paura. Ne consegue che spingere un manzo verso il macello non è paragonabile all’accompagnamento di un condannato a morte verso il luogo di esecuzione: nella mente bovina non c’è la percezione della fine della vita, perché non esiste in essi il concetto di non esistenza. Ma questo non significa che non dobbiamo avere a cuore il benessere degli animali. Oggi le aziende industriali di produzione di carne allevano il bestiame in maniera a dir poco violenta e questo non è assolutamente tollerabile. E’ su questo punto che dovrebbero battersi gli animalisti, non sull’atto dell’uccisione, dove l’animale probabilmente neanche si rende conto di cosa sta subendo. Oggi esistono migliaia di fattorie che allevano il bestiame nei pascoli all’aperto; pascoli che vengono fertilizzati con il letame prodotto dagli animali stessi, in un sistema naturale dove al centro della propria filosofia produttiva c’è il rispetto per l’ambiente e per la fauna. Un giorno quegli animali verranno uccisi per alimentare gli uomini e per continuare quel ciclo vitale chiamato natura. Ma avranno vissuto una vita dignitosa.


 

Dal punto di vista di un… Vegetarista
E’ opinione estremamente diffusa che il notevole consumo di carne, prodotta industrialmente, sia dovuto principalmente al fatto che nessuno, eccetto gli addetti ai lavori, ha modo di vedere in quali condizioni innaturali siano realmente allevati i capi di bestiame. Se coloro che si cibano di questi animali si rendessero conto che vengono trattati come cose, probabilmente non lo farebbero più a cuor leggero. Infatti, affinché l’attività di allevamenti, mangimifici, impianti di macellazione e catene di distribuzione risulti economicamente compatibile con i livelli produttivi richiesti dal mercato, è necessario contenere al massimo le spese. Ne consegue che la soluzione più conveniente è la produzione intensiva; un sistema perverso che da una parte aumenta la disponibilità di cibo, ma dall’altra fa sì che quasi un terzo delle terre del pianeta sia destinato al bestiame, che la gabbia standard di una gallina ovaiola sia più piccola di un foglio A4 e che l’allevamento degli animali sia la causa numero uno del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici. Il vero problema di fondo è lo squilibrio nella distribuzione delle risorse.
Le produzioni attuali di cereali e legumi sarebbero sufficienti a sfamare tutti, occorrerebbe solo consumare direttamente i vegetali, anziché usarli per nutrire gli animali, e ridistribuire le risorse in modo equo. Un ulteriore deterrente al consumo di alimenti di origine animale (carne, pesce, uova, latte e latticini) deriva dal pericolo di contagio animale-uomo, nel momento in cui si manifestano epidemie (come già successo in passato) tra gli animali d’allevamento. A questo si aggiunge il fatto che negli allevamenti intensivi gli animali vengono imbottiti di antibiotici e farmaci di vario genere; cibarsene significa, quindi, assumere indirettamente questi “veleni”. In ogni caso, anche tralasciando tutti questi pericoli, rimane comunque il fatto che una dieta a base di alimenti di origine animale è inadatta all’organismo umano, e porta a tutte quelle malattie degenerative (ipertensione, diabete, obesità, ecc.) che costituiscono le prime cause di morte nei paesi ricchi.


 

Redazione

La Prima e Unica Rivista di Casa della Repubblica di San Marino e Circondario.

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