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Albergo & Città

Albergo & Città. Nuove interazioni

Ripercorrendo l’intera evoluzione tipologica dell’albergo della costa riminese, sembra necessario sviluppare un concetto diverso di ricettività. L’edificio alberghiero non va interpretato esclusivamente come ambito di interesse per l’interior design, ma come struttura di “impatto pubblico”; né tantomeno come edificio singolo essendo parte di un esteso sistema urbano. L’albergo è un’architettura che fa parte della città turistica e con essa deve interagire; il modello nostalgico della struttura familiare “cresciuta da sola” (magari senza architetti) negli anni, senza un progetto, con addizioni caotiche, ampliamenti abusivi, sopraelevazioni casuali, deve lasciar posto al progetto dell’albergo “pensato” in grado di aprirsi alla città, comunicare emozioni, porsi come protagonista della città lineare. L’albergo come ambiente domestico e rassicurante, con il giardinetto privato e i balconcini, deve rimanere nella memoria come vissuto di altri tempi, inadeguato a sostenere la concorrenza straniera e la domanda sempre più diversificata. I Grand Hotel storici possono costituire i prototipi cui tutt’ora rifarsi; ci parlano di edifici per vacanze concepiti sin dall’inizio in termini di compiuta progettualità architettonica ed ispirata fantasia. Erano grandi fabbriche della villeggiatura del sogno, non surrogati della propria quotidianità domestica. Nella progettazione alberghiera occorre pertanto ripartire da questi caposaldi; il sogno, la visionarietà, la magica trasgressione, che ben si coniugano al carattere peculiare della duplicità riminese. Federico Fellini annotava che “Il visionario è l’unico realista”.
Marcel Proust, frequentatore del Grand Hotel Cabourg (Normandia) registrava con sorpresa: “Era organizzato come un teatro, e una quantità di comparse l’animava fin nelle soffitte. Sebbene il cliente non fosse che una specie di spettatore, era continuamente coinvolto nello spettacolo, e non come quei teatri dove gli attori recitano una scena in platea, ma come se la vita dello spettatore si svolgesse in mezzo alle sontuosità della scena”. Nel film americano Grand Hotel (1) lo spazio pubblico penetra nella hall e sfonda l’albergo per tutta l’altezza generando un pozzo cilindrico su cui si affacciano i corridoi delle camere di piano; da qui si guarda verso il basso come da un balcone la piazza cittadina sottostante. L’idea progettuale è il totale e immediato coinvolgimento tra i visitatori che provengono da fuori ed i clienti dell’albergo; quasi un palcoscenico di uno spazio teatrale. Il modello dell’Astor Hotel di New York (2), progettato da F. Gehry, oltre a descrivere da sé alcuni principi adattabili anche alla nostra architettura costiera, quali lo sviluppo in altezza e l’utilizzo del piano terra ad uso pubblico con servizi rivolti anche a clienti esterni, esprime chiaramente la dicotomia tra parti pubbliche (interne alla torre) e private destinate alle camere (corpi laterali avvolgenti esterni). La propensione all’apertura verso l’esterno sembra quasi far deflagrare per tutta l’altezza il volume architettonico dell’edificio. Nei nuovi alberghi sarà sempre più centrale il tema della comunicazione verso l’esterno, del linguaggio architettonico contemporaneo con cui coinvolgere il turista servendosi delle nuove tecnologie, del colore, della grafica pubblicitaria e cinematografica a grande scala, della luce come suscitatrice dell’incanto.

A cura di: Alessandro Franco Architetto (RCF & Partners)
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