Camminare in Libertà – Poetica dell’assenza

Camminare in Libertà – Poetica dell’assenza

La normativa italiana tende ad imporre limitazioni esagerate (di tipo preventivo) nel settore dell’architettura. La ridda di leggi e divieti obbliga il progettista a districarsi tra norme a volte contraddittorie, a volte assurde; il risultato è una pletora di avvisi, segnali, impedimenti, che soffocano il risultato finale.

In architettura la funzione, la messa a norma, il soddisfacimento delle normative, è solo una parte marginale da cui deve svilupparsi il progetto architettonico.
La funzione e la necessità sono, per dirla citando l’architetto americano L. Kahn,”, “un panino al prosciutto”. Altri aspetti emotivi, psicologici, estetici devono trovare appagamento nell’architettura; uno di questi è legato all’attraversamento di spazi ed al movimento in quota (salendo una scala, ad esempio). Questa funzione può essere tesa esclusivamente al soddisfacimento pratico o diventare emotivamente suggestiva, nel caso di scale a sbalzo nel vuoto o passerelle in quota, quasi “sublime”; intendendo, con questo termine, una sensazione di paura controllata, di pericolo vicino ma non imminente, piacevolmente eccitante. L’inglese Edmund Burke definiva addirittura il sublime superiore al bello, inteso quest’ultimo come piacevole, ma banale, sensazione di tranquillità.
Nel caso di balaustre di scale, anche se realizzate in abitazioni private, assistiamo all’obbligo assoluto dell’altezza (1 metro), della non scalabilità, del rapporto pieno/vuoto (non deve passare una sfera del diametro di 10 cm.). In alcuni casi si arriva ad imporre balaustre anche sulle banchine pedonali di un porto o lungo le dolci scarpate inclinate di un terrapieno verde.
In altri Paesi è possibile eliminare il parapetto se si allarga la rampa con un certo rapporto, usare cavi o elementi orizzontali leggeri. Queste barriere, all’apparenza “leggere”, causano un “inquinamento paesaggistico” notevole, oltre a dare un senso di restrizione fastidiosa.
Soprattutto lungo le scale, nell’atto del salire, ci si trova come schiacciati contro il muro, venendo meno l’effetto emozionale connesso allo staccarsi da una quota verso un’altra più elevata, e nel non sentire barriere piene verso il vuoto. Immaginiamo cosa sarebbe Villa Malaparte (foto 1) con una balaustra sulla scala o sul magnifico terrazzo ridotto a nudo piano orizzontale; essa farebbe una prigione di quel luogo, ora letteralmente immerso nella natura e sospeso tra cielo e mare. Pensiamo ai camminamenti lungo i fiumi, i laghi o i canali del porto, che a volte sono “messi in sicurezza” da massicce protezioni. Ne deriva un rapporto non più diretto tra le persone e l’acqua. Quel bordo divide ciò che, storicamente e antropologicamente, costituisce un insieme inscindibile. Immagini come quella di Comacchio (foto 2) o Venezia, sono esemplari per comprendere il legame indissolubile tra le case, l’uomo e l’acqua, elemento vitale per quei luoghi da sempre.

Legenda immagini:
1) Villa Malaparte (openhousebcn.wordpress.com);
2) Comacchio (commons.wikimedia.org).

A cura di: Alessandro Franco Architetto (RCF & Partners)
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