In casa di Letizia

Mi chiamo Letizia Fabbri, un misto di donna guerriero, romantica e tenera, decisa ed estremamente creativa. Sono io, quella che vede le cose dove non ci sono. Sono io, quella che anticipa i tempi, quella che vorrebbe avere sempre una bacchetta magica per poter trasformare all’istante le visioni in realtà. Sono io, quella che raccoglie un sasso per dipingerlo o una radice per creare un piccolo angolo di natura in casa. Sono io quella che ama stare in mezzo alla gente, come starsene in solitudine ad ascoltare il silenzio. Sono io quella che ha lasciato il certo per vivere un’avventura, un nuovo stile di vita. Il sogno di vivere in una casa in campagna, non troppo lontana dal mare. La mia bacchetta magica ha funzionato… ora è questa la mia casa, la mia Ca’ Bianca; lei ed il mio essere sono ormai una cosa sola.

Le origini di questa antica dimora si perdono nella notte dei tempi. Da una ricerca storica, ho scoperto che nacque come torre di avvistamento, un avamposto di osservazione della Valle del Conca e dell’antistante riviera romagnola. La sua prima struttura piramidale è ancora presente nella parte centrale della casa. Successivamente utilizzata come deposito di attrezzi agricoli e ricovero per animali, quando ancora i contadini non avevano una dimora stabile in campagna. Fu solo dai primi dell’800 che si insediarono i primi contadini e la sua configurazione iniziale cominciò a trasformarsi: a piano terra, la stalla ed il pollaio, mentre al primo piano, tramite una scala esterna in granito, trovava spazio la cucina con il grande camino, ancora oggi presente e attivo. Un vano attiguo era adibito a camera da letto, posta proprio sopra la stalla per avere più tepore durante i rigori invernali, oltre poter seguire con l’udito, le necessità degli animali a piano terra. L’aumento dei membri della famiglia contadina era indispensabile per la necessità di manodopera nel fondo agricolo, ma questo comportava l’esigenza di erigere nuovi spazi, nuove stanze, tanto che la casa fu incrementata nel corso dei decenni, senza però rispettare le simmetrie architettoniche iniziali. A seguito del terremoto del 1916, la casa fu rinforzata con tiranti in ferro che attraversavano le mura perimetrali, per dare più compattezza alla struttura. Negli anni dopo la seconda guerra fu eretto il pergolato, così come si presenta ancora oggi. Con gli anni ‘60 ebbe inizio il declino dalla vita rurale, iniziò l’abbandono dell’agricoltura e l’esodo verso la città, così che anche la “Casa Vecchia” (così veniva chiamata la Ca’ Bianca) seguì la stessa sorte. Da quel momento in poi, trascorse un periodo di transizione, con passaggi alternati di proprietà, fino all’abbandono più cupo. Fu nell’Agosto del 1987 che i miei genitori si innamorarono di questo rudere abbandonato. Gli diedero subito il nome “Ca’ Bianca” perché la facciata della casa, vista da lontano, appariva come un lenzuolo bianco fra il verde dei boschi. E fu così che, con i miei genitori, mi rimboccai le maniche e con tanta passione, olio di gomito ed impegno iniziammo a far rivivere una seconda giovinezza a questa vetusta signorina… Ca’ Bianca sorge a Montefiore Conca, appollaiata su un monticello, proprio sotto la rocca malatestiana, insediamento riconosciuto tra uno dei dieci borghi più belli d’Italia. La casa rispecchia la Rosa dei Venti, con l’ingresso a sud, il lato nord privo di finestre, eliminando l’infiltrazione di aria fredda nei periodi invernali. La copertura del tetto è fatto di coppi appoggiati sulle tavelle, fermati da grosse pietre, contro le folate di vento molto violente proveniente da sud: il “Garbino”. Le finestre del piano terra e del primo piano, sono irregolari, sia in altezza che in larghezza, con l’apertura esterna maggiore ed interna smussata, affinché la luce possa entrare il più possibile e, nel contempo, sia minima la dispersione di calore. La copertura esterna del tetto è a coppi in terracotta, con tegole spioventi all’esterno della muratura perimetrale: è lo scolo più semplice ed efficace per disperdere l’acqua piovana. Il soffitto è formato da tavelle in cotto, appoggiato su mezzi murali in legno che, a loro volta, vengono sostenute da travi in legno, tronchi d’albero, piante di rovere. Sotto il loggiato, una scala di pochi gradini in mattoni fa accedere al primo piano, dove si trova l’ampia cucina, con gli utensili e gli arredi di un tempo, con il grande camino in mattoni. Il tetto è sostenuto da travi originali, che il tempo non ha scalfito ma calcificato. Travi scolpite a mano con l’accetta. Le piccole finestre hanno un sistema di chiusura estremamente semplice: delle mollette in legno, fatte a mano, serrano gli infissi. La costruzione della dimora è costituita da pietre, mattoni, malta e legno. Gli architravi delle porte e delle finestre sono esclusivamente in legno, tutte intonacate e sbiancate. Le mura perimetrali della casa e degli interni, anch’essi portanti, sono circa di ottanta centimetri alla base e si assottigliano man mano che salgono di altezza. Nella parte interna della muratura c’è un’intercapedine riempita di detriti di costruzione, canniccio, sassi, malta e polvere di tufo. Dalla cucina, una minuta entrata, ci permette di accedere nell’anticamera della zona notte. Il divano in ferro battuto, la sedia a dondolo per ammirare il paesaggio collinare ed il mare dalla piccola finestrina. Le stanze matrimoniali, solamente due, piccole e aggraziate, arredate con antichi mobili recuperati e sbiancati. Tendaggi e copriletto preziosi che rafforzano l’intensità e l’atmosfera romantica delle silenziose alcove. L’accostamento di materiali semplici, poveri, preferiti ad elementi preziosi, consente di creare ambienti unici ed originali, ma che sanno farsi ricordare e resistere per sempre… d’altronde, come dice Baudelaire: “La semplicità è il miglior modo per distinguersi”.

Redazione

La Prima e Unica Rivista di Casa della Repubblica di San Marino e Circondario.

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