Chi è il vero perdente?

Nei dialoghi dei film americani di questi ultimi anni è consuetudine sentire, sempre più spesso e sempre con più leggerezza, il termine “perdente”. Viene solitamente pronunciato per etichettare velocemente e senza riserve le persone che non hanno avuto successo o chi affronta la vita da una prospettiva diversa, non individualista, quanto piuttosto altruista. Si aggiunge alla lista anche chi non può vantare una buona educazione e di conseguenza non potrà mai aspirare a un lavoro gratificato da un lauto stipendio. Questo termine viene usato diffusamente soprattutto per denigrare nella maniera più bieca, chi non possiede denaro. Per capire meglio questo concetto, è sufficiente guardare il film “The Wolf of Wall Street” di Martin Scorsese. In una scena, il protagonista Leonardo Di Caprio, a capo di una società di brokeraggio senza scrupoli, etichetta come perdente anche chi un lavoro ce l’ha, ma a suo giudizio guadagnarsi da vivere preparando panini da McDonald è profondamente squalificante. Come al solito e con sempre meno ritardo, anche questa nuova tendenza “Made in USA” è stata allegramente sdoganata in Italia e, a cominciare ovviamente dal cinema, giorno dopo giorno sta contagiando anche la nostra vita reale.
Pochi giorni fa, non vista perché seduta in disparte in un luogo pubblico, ho ascoltato, mio malgrado, una conversazione tra due uomini. Il più adulto stava in silenzio e di tanto in tanto annuiva mentre il suo interlocutore, un ragazzetto poco più che maggiorenne, era intento a diffamare un suo conoscente, definendolo, tra le altre cose, un perdente. Non può essere normale dare del perdente a qualcuno, soprattutto perché non è normale neppure pensarlo. E’ certo che nel mondo ci siano persone che non hanno la stoffa o i numeri per emergere ed è anche certo che ci siano persone a cui il coraggio fa difetto, per cui sono insicure e impaurite di fronte ad ogni nuova sfida. Ma è altrettanto sicuro che molte di loro sono il risultato di una vita ingiusta e sfiancante ed etichettarle “perdenti” denota non solo un intelletto limitato, ma forse anche un animo cattivo. Già è fastidioso sentire la frase “ci vediamo settimana prossima”, coniata da un modaiolo conduttore televisivo con problemi di italiano, figuriamoci l’orticaria ad ascoltare l’aggettivo perdente in bocca a qualche sciocco adolescente o, peggio ancora, a un adulto ignorante. Si dice che tutte le parole prese singolarmente siano belle perché fondamentali e necessarie a esprimere pensieri, sentimenti, stati d’animo e tutto ciò che ci rende umani. Ma quando si utilizzano per dare giudizi oltretutto troppo spesso indotti da altri, è sempre cosa buona capirne la portata e, in ogni caso, soppesarle molto bene prima di usarle. In una società come la nostra, caratterizzata da una profonda crisi anche di pensiero, usare le parole in maniera inconsapevole è estremamente pericoloso.
Come sosteneva Buddha, le parole possono distruggerci ma se sono gentili possono cambiare il mondo. Ed è a questo a cui bisognerebbe aspirare per dare un vero significato alla parola successo.

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di Barbara Tosi
Direttrice: La Maison & Lifestyle Magazine

Barbara Tosi

Direttore La Maison & Lifestyle Magazine.

La Maison e Lifestyle Magazine