Extra-italiani

Extra-italiani.

Fin da quando ero molto piccola, ogni racconto e molti discorsi dei miei nonni paterni cominciavano immancabilmente con la stessa prefazione: “Quando siamo emigrati in Francia …” e poi seguiva, inevitabilmente, una storia degna di essere raccontata in un film dal genere tragicomico. Spesso, dicevo a mio padre che andare dal nonno Nazzareno e dalla nonna Albertina, mi sembrava un po’ come andare al cinema. Ricordo che le storie che mi raccontavano, mi entusiasmavano tantissimo perché erano dense di tanti dettagli e mi sembrava realmente di assistere alla proiezione di un film. Quando andavo a trovarli, mi facevano sedere in salotto e mi “incantonavano” su una sedia con il cuscino di gommapiuma, quella degli ospiti di riguardo, e iniziavano il loro racconto. Erano talmente bravi che riuscivo a vedere i colori delle strade che mi descrivevano e addirittura immaginavo i vestiti che mia nonna indossava (uno solo per la verità, perché non c’erano soldi per un cambio). Per non parlare della sfinita borsa della spesa, quella di plasticona grossa e traforata, sparita anche dai mercatini più vintage, perché obiettivamente orrenda. Me la ricordo bene perché sopravvisse all’emigrazione e fece ritorno a casa, a Rimini, insieme a tutta la famiglia Tosi. Purtroppo sono passati tanti anni e molte delle storie che i nonni mi hanno raccontato nell’infanzia sono un po’ sbiadite alla mia memoria, ma quella parola ricorrente: “emigrati”, mi si è appiccicata addosso, anche se di riflesso, come fosse un marchio. Anche Mario, mio nonno materno, di origini venete, emigrò per lavoro in un altro paese e più precisamente l’antica Persia, quella che oggi è l’attuale Iran. C’è una storia singolare che lo riguarda e sono sicura che, a me e a mio fratello, sia stata raccontata non solo per sorprenderci e in qualche modo impaurirci, ma con il principale obiettivo di insegnarci ad essere, crescendo, delle persone migliori. “E’ tra il 1957 ed il 1959. A qualche centinaia di chilometri da Teheran, nel deserto dell’Iran, è l’ora della preghiera e tutti gli operai musulmani della fabbrica di mattoni, in cui mio nonno lavora come elettromeccanico, si accingono a inginocchiarsi sul proprio tappeto per rendere omaggio ad Allah. Accanto a loro, probabilmente in pausa, c’è mio nonno con il suo capo, un manager francese, che assistono in rispettoso silenzio lo svolgersi dell’azione. Forse la noia può più dell’ignoranza ma tant’è che il francese, presumibilmente nello stupido tentativo di fare il simpatico agli occhi dell’unico collega occidentale, dà un calcio nel posteriore ad un uomo genuflesso in preghiera. La reazione di quest’ultimo è immediata e, balzando in piedi come una furia indiavolata, sfodera un pugnale con l’intento di ucciderlo. Il francese è impietrito ed ha la morte in faccia”. Mi piace pensare che nella mia famiglia ci siano stati degli eroi, ed è quello che penso di mio nonno Mario, quando per difendere una vita umana, offrì la sua in cambio. “Si alzò e frappose il proprio corpo fra la lama dell’uomo offeso e la gola del francese. Vedendo il coraggio di quell’uomo, con gli occhi da buono, quelli che contraddistinguono i veri eroi, il musulmano risparmiò la vita di entrambi, ma avvertì mio nonno di non ripetere mai più un’azione del genere; pena la morte. Come tutte le storie che piacciono a me, il finale è educativo, formativo ed edificante: la sera stessa, il musulmano invitò mio nonno nella sua tenda in mezzo al deserto e, in segno di considerazione per il suo altruismo, chiese alla moglie di scoprirsi il viso (celato dal velo islamico) e mostrarlo all’uomo a cui aveva risparmiato la vita. Ovviamente, da sciocca bambina qual ero, mi immaginai che sotto quel velo ci fosse una bellezza straordinaria, ma mio nonno Mario, uomo meravigliosamente saggio, non si dilungò mai nella descrizione di quello che vide; al contrario, mi spiegò ed insegnò che consentire ad un estraneo di vedere il viso della propria moglie, per quell’uomo era un evento straordinario, di quelli che non hanno eguali in termini di amicizia e stima”. Attraverso queste storie mi è stato insegnato, fin da bambina, il rispetto nei confronti degli altri popoli e delle altre culture, ed ho imparato che la solidarietà umana non ha confini. Ora che l’Italia è la nuova meta di profughi e migranti, non posso fare altro che vedere nei loro volti, non solo la disperazione, ma anche la speranza di una vita migliore, la stessa che ha spinto i miei nonni ad emigrare. Dietro ogni viso c’è una storia e dietro ogni storia c’è un messaggio. Sta in noi scegliere se voler vedere entrambi.

di Barbara Tosi
Direttrice: La Maison & Lifestyle Magazine

Barbara Tosi

Direttore La Maison & Lifestyle Magazine.

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