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Facoltà di Architettura

Gentile Architetto, mio figlio frequenta l’ultimo anno del Liceo Classico e vorrebbe iscriversi alla Facoltà di Architettura.

Approfittando della sua esperienza di docente universitario vorrei porle alcune domande per avere da Lei altrettanti consigli in merito:
1) Secondo lei il fatto che abbia studiato al Liceo Classico può rappresentare un limite per affrontare le materie scientifiche e grafiche che so essere fondamentali nel corso di Laurea?
2) Qual’é la sede universitaria migliore e, tenendo conto che risiede a Rimini, dove sarebbe meglio che si iscrivesse?
3) Quali sono gli sbocchi professionali che si prospettano per il futuro. In questo momento storico è una buona scelta decidere di studiare architettura?
Ringraziandola in anticipo per la sua disponibilità la saluto cordialmente.

R – Le domande che mi pone avrebbero bisogno di avere a disposizione uno spazio ed un tempo ben più ampio di questo, in quanto, la delicatezza dell’argomento richiede un’articolazione ed un approfondimento che non può, e non deve, esaurirsi in poche battute. Tenterò, tuttavia, di affrontare la questione attraverso alcune considerazioni di carattere generale che le possano indicare alcuni temi di riflessione. Premetto che le sue domande sottendono una preoccupazione più sua che non di suo figlio, in quanto si fondano su un presupposto che denuncia una dubbia convinzione in chi vuole iniziare una carriera di studi universitari ed in seguito di architetto. Chi intende iscriversi in una Facoltà di Architettura, anche se non sa con esattezza cosa ciò possa significare, deve necessariamente possedere un interesse specifico per la materia e un chiaro desiderio per ciò che sarà la sua futura professione. Studiare architettura è prima di tutto una passione (cosa che dovrebbe valere sempre), è un modo di sentire e vivere le cose, gli spazi e l’ambiente per trasformarli e realizzarne di nuovi. L’Architettura è una materia (alcuni la definiscono una disciplina) che paradossalmente ha più a che fare con la metafisica che con la fisica perché quest’ultima è solo uno dei tanti “materiali” per dare concretezza ad un pensiero. E’ questo, a mio parere, il punto fondamentale della formazione di un futuro architetto e cioè: la tecnica si può imparare e quindi la si può insegnare, mentre la capacità visionaria passa solo attraverso l’esperienza personale. Sintetizzando oltremodo la questione mi sento di affermare che il lavoro dell’architetto ha origine da un’astrazione e per compiersi deve utilizzare i mezzi del mondo fenomenico. Ciò implica che in linea teorica la formazione “umanistica” del Liceo Classico è in grado di agevolare un processo critico, legato al “sentire” la complessità del mondo, e pertanto può costituire un ottimo terreno su cui erigere le fondamenta per la costruzione di un saldo pensiero architettonico. Per esperienza personale gli studenti provenienti dal Liceo Classico, superate le difficoltà iniziali (comunque comuni a tutti), grazie alla loro abitudine allo studio ed alla capacità di connettere conoscenze provenienti dai differenti campi disciplinari, si dimostrano essere tra quelli più consapevoli nell’affrontare le problematiche che di volta in volta gli si parano innanzi. Il corso di laurea in architettura, comunque, rappresenta solo uno degli innumerevoli tasselli che costituiscono la formazione di un futuro architetto. La formazione è continua perché ogni progetto rappresenta un’occasione per nuove sperimentazioni: ogni progetto è un teatro della memoria e della conoscenza dove ogni volta va in scena una nuova rappresentazione. Per quanto sia importantissima la scelta di un Ateneo rispetto ad un altro, questa non condiziona in maniera assoluta la formazione perché molto dipende dalla disposizione a ricercare ogni forma utile al fine della conoscenza. Sono così fondamentali la scelta dei corsi e degli indirizzi di studio, le esperienze didattiche e lavorative, le esperienze svolte all’estero, la partecipazione a stage di approfondimento, viaggi a tema e così via. Non basta: prima di tutto occorre vivere con passione ed intensità. Dovendo però scegliere una sede, mi concentrerei verso quella che offre molteplicità di orientamenti didattici, evitando quelle con una marcata propensione alla specializzazione. La specializzazione, infatti, si definisce nell’ultimo biennio dell’iter accademico per trovare un suo primo compimento nella tesi finale. Per ovvi motivi, e non solo deontologici, non le posso segnalare una Facoltà di Architettura piuttosto che un’altra però posso suggerire a suo figlio di non trascurare anche l’aspetto ambientale in cui si colloca una Facoltà: studiare in una città come Venezia, Ferrara, Cesena, Firenze o Camerino non è la stessa cosa. Gli stimoli culturali, visivi ed antropologici provenienti dall’ambiente esterno sono talvolta preponderanti rispetto alla qualità della docenza. Per quanto riguarda la sua ultima domanda il problema è ancora più complesso. Nell’ultimo decennio la professione dell’architetto, in virtù della richiesta di nuove competenze e responsabilità, ha subito una radicale trasformazione. La complessità degli aspetti normativi, economici, tecnico-culturali, l’avvento di nuove e rivoluzionarie tecnologie hanno costretto a rivedere continuamente la consueta prassi operativa. In Italia le occasioni professionali sono sempre più ridotte e ciò sia per l’accresciuta carenza di risorse finanziarie, sia per l’altissima concorrenza che fa del nostro paese un caso unico al mondo. L’Italia, infatti, con i suoi 123 mila iscritti all’ordine (un architetto ogni 488 abitanti) è in assoluto il paese d’Europa con il maggior numero di architetti. É anche il paese d’Europa con il maggior numero di studenti in architettura. Se consideriamo poi che (anche questo è una peculiarità unica al mondo) gli ingegneri, i geometri, gli arredatori ed i designers – pur non avendo le specifiche competenze – spesso svolgono lo stesso lavoro degli architetti, il quadro complessivo appare desolante. Aggiungo, inoltre, che l’Italia è anche il paese in cui si produce meno architettura di qualità rispetto al resto d’Europa e che sono pressoché inesistenti opere italiane recenti annoverate tra le grandi del mondo. Eppure gli architetti italiani, grazie ad alcune punte d’eccellenza, alla – malgrado tutto – riconosciuta qualità della formazione universitaria ed al luogo comune della cosiddetta “creatività italiana”, godono oltre confine di una buona reputazione che li rende molto richiesti. Ciò non significa che per lavorare occorra obbligatoriamente trasferirsi all’estero (possiamo svolgere pressoché ovunque il nostro lavoro), ma che dobbiamo guardare ed intervenire sotto un’altra prospettiva considerando il mondo molto più vicino ed accessibile. Alla luce di queste generiche considerazioni rimane il fatto che studiare architettura è una fantastica esperienza perché è forse l’ultima disciplina rinascimentale dove ogni parte rimanda ad un tutto regalandoci gli strumenti per avere uno sguardo unico sulle cose. Molti laureati in architettura non hanno mai svolto la professione e alcuni si sono cimentati in tutt’altri campi, ma credo che tutti lo abbiano fatto, più o meno consapevolmente, con quella particolare ed unica visione tipica dell’architetto. Al di là di quelle che saranno le scelte definitive di suo figlio gli auguro il massimo della felicità e della soddisfazione nel fare ciò che vorrà. Indipendentemente dal fatto che diventerà o meno un architetto.

Rubrica a cura di: Frederic Barogi Architetto[email protected]

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