“Hikikomori”, quei ragazzi isolati dal mondo. Ne parliamo con la Dott.ssa Antonella Rogai

Un disturbo sociale che colpisce i giovanissimi. Ne parliamo con la Dott.ssa Antonella Rogai.

Antonella Rogai è un medico di Forlì che si occupa di medicine non convenzionali dal 1988. Fa parte dell’associazione Hikikomori Italia e s’interessa di questo fenomeno dalla fine del 2016: ragazzi e ragazze che si rifiutano di uscire di casa, se non addirittura dalla propria stanza, e di avere qualsivoglia contatto con l’esterno, a volte familiari compresi. Sono gli Hikikomori. Le abbiamo chiesto di parlarcene.
“È un fenomeno più sociologico che medico – inizia a spiegare. – Hikikomori è giapponese e significa “stare in disparte”. Il termine fu coniato negli anni ’80 da Tamaki Saito, uno psichiatra dell’adolescenza del Sol Levante considerato, oggi, il massimo esperto del settore. Svolgendo dall’84 in avanti moltissimi studi a riguardo, fu lui a capire, col tempo, che si trattava non tanto di una patologia medica quanto di un problema sociale”.

Perché questo disturbo della socialità nasce proprio in Giappone?

“La società giapponese è rigida, gerarchica e collettivistica e impone agli individui di conformarsi. Questa impostazione, unita al cambiamento della famiglia tradizionale giapponese dovuto alla trasformazione industriale violenta e velocissima del dopoguerra che l’ha mutata da patriarcale allargata a monofamiliare, ha favorito l’isolamento dei giovani. Non vedendo mai i padri (che la società vuole dediti solo al lavoro per molte ore al giorno) sviluppano un rapporto di dipendenza dalla madre, destinato a protrarsi nel tempo. Questo tipo di società, prima ha prodotto il fenomeno dei suicidi dei ragazzi in famiglia e nelle scuole (sul quale il governo giapponese è intervenuto riuscendo a limitarne il numero), poi quello degli Hikikomori che ora si sta sviluppando anche in altri paesi con un’economia di tipo industriale avanzato come la Cina, la Sud Corea e gli Usa”.

Qual è la situazione italiana e romagnola in particolare?

“È prematuro fornire dei numeri proprio perché è poco tempo che si affronta questo problema. A novembre 2017 organizzammo il primo convegno nazionale sul tema, aperto alle scuole (il più importante ambiente sociale dal quale gli Hikikomori si ritirano), a seguito del quale l’Ufficio scolastico regionale chiese la nostra collaborazione per la stesura di un questionario che fu distribuito a tutti gli istituti della regione. Venne fuori che circa 350 studenti, in Emilia-Romagna, praticavano il “ritiro sociale”. Ma è un numero in difetto perché non prende in considerazione chi lascia dopo la scuola dell’obbligo (si pensa sempre al semplice “abbandono scolastico”) e neanche chi ha già trent’anni e si è “ritirato” da magari più di dieci anni, come testimoniano diversi casi di famiglie che hanno contattato l’associazione”.

Qual è l’approccio che dà maggiori risultati nella cura di questo disturbo?

“Premesso che solo ora stiamo costruendo un patrimonio specifico di conoscenze per relazionarsi con questi ragazzi, ci sono quelle che chiamiamo “buone prassi”, le quali sembrano aprire degli spazi di azione efficace. I casi di Hikikomori sono tanti e diversi l’uno dall’altro. Quello che abbiamo notato è che sono presenti conflitti genitoriali più o meno marcati, soprattutto nei confronti di genitori molto “rigidi” nelle richieste. Tra l’altro, spesso, i genitori spingono con forza il ragazzo a uscire dal suo isolamento e ad andare da uno psichiatra o uno psicologo: si tratta di tentativi controproducenti. Oppure pensano che il suo chiudersi sia dovuto a cause esterne come l’abuso di videogiochi o internet. Si sbagliano, anche in questo caso. Togliere quel piccolo collegamento con ciò che esiste fuori dalla sua camera fa precipitare il soggetto in un buco nero ancora più grande. Uno dei primi consigli che danno i nostri esperti alle famiglie che si rivolgono alla nostra associazione è di non forzare i ragazzi a uscire e non togliere videogiochi o altro. Chiediamo ai genitori di entrare loro nel mondo dei figli, a piccoli passi e con tanta empatia. Cerchiamo di supportare le famiglie mandando queste dallo psicologo perché hanno bisogno di un supporto professionale. Ma questi psicologi devono essere formati sul fenomeno Hikikomori. In troppi pensano ancora che sia il caso di chiedere ai genitori di imporre ai figli di uscire e socializzare ma è provato che quest’approccio non funziona”. Per informazioni rivolgersi a: [email protected]

di F. Semprini

Redazione

La Prima e Unica Rivista di Casa della Repubblica di San Marino e Circondario.