Il matrimonio celtico

La ritualità e i significati della promessa di matrimonio con quest’antico rito.

Maria Pia Hoffer e Stefano Bianchini sono una coppia riminese che si è sposata, in chiesa, l’8 giugno 2014. La funzione cattolica è stata preceduta, il 10 maggio, da un “matrimonio celtico”. Abbiamo chiesto loro come sia nata questa idea.
“L’idea ci è venuta per due motivi – spiegano all’unisono. – Innanzitutto, perché entrambi siamo appassionati di cultura celtica. Abbiamo anche una cara amica che è studiosa di ritualità celtiche e che organizza serate dedicate alle festività principali di quest’antico popolo, come Inbolk, la festa della luce, che si tiene il 31 gennaio o Samhain, il capodanno celtico, che si festeggia tra il 31 ottobre e l’1 novembre. A lei abbiamo affidato la cerimonia rituale. Il secondo motivo è che non ci piaceva l’idea di un addio al celibato e al nubilato separati. Volevamo fare qualcosa insieme. Così, abbiamo optato per questa “promessa di matrimonio”. Va detto che i Celti non avevano l’idea del matrimonio indissolubile ma quella di un “accordo” fra le due persone della durata di un anno. Ogni anno questa promessa doveva essere rinnovata, altrimenti ognuno sarebbe andato per la propria strada. E così facciamo noi. Ogni anno, torniamo nello stesso posto e, fra noi due soli, rinnoviamo la nostra promessa. Ci teniamo anche a dire che non evochiamo Dei pagani o simili. Semplicemente, ripetiamo dei riti propiziatori”.
Quali riti? Cosa è successo durante il vostro matrimonio celtico?
“Innanzitutto abbiamo scelto un posto in mezzo alla natura dove, al tramonto, si potessero vedere contemporaneamente sia il sole, simbolo del maschile, sia la luna, simbolo del femminile, a significare l’unione fra le due persone. Noi abbiamo optato per i ruderi della Rocca Malatestiana a San Giovanni in Galilea che è un posto magico, in cui sono anche stati avvistati gnomi e folletti”.
“Gli invitati, – proseguono nel racconto – che erano circa una quarantina di persone, hanno formato attorno a noi un cerchio all’interno del quale era stato tracciato, con dei fiori, il simbolo dell’infinito. In queste cerimonie, la sposa si veste in bianco o in rosa, mentre lo sposo deve avere qualcosa di rosso perché questi colori si associano al femminile e al maschile. Nel rispetto di quest’usanza, tutti gli uomini portavano un nastro rosso al polso e le donne un nastro bianco. Durante la celebrazione, i nostri due nastri sono stati intrecciati fra loro dalla sacerdotessa, a raffigurare la nostra unione, e non sono stati sciolti che qualche ora dopo la fine del rito”.
“L’officiante ci ha poi donato una caramella a testa con la quale ci siamo imboccati l’uno con l’altra a rappresentare la promessa di cura reciproca. Abbiamo eseguito i tradizionali salto della scopa (che sta a significare sia la volontà di costruire una vita comune, sia lo “scacciare” le cose brutte del passato) e salto del falò (noi ci siamo limitati a delle candele) a simboleggiare la volontà di portare la luce nella nostra vita comune. Questi due riti propiziatori sono stati preceduti dal passaggio sotto una galleria formata dalle mani congiunte di sette coppie di amici, a personificare la loro protezione verso la nuova coppia. Il fatto che fossero sette coppie è dovuto alla sacralità e alla ritualità di questo numero “magico”.
“Dopo che la sacerdotessa, con le formule di rito, ci ha dichiarato marito e moglie, abbiamo brindato con l’idromele: un liquore a base di miele che, originariamente, veniva fatto bere alle coppie per circa trenta giorni dopo il matrimonio. Da quest’usanza deriva il termine e la tradizione della “luna di miele”.

di F. Semprini