La privacy non si tocca!

La parola privacy, quotidianamente utilizzata e mutuata anche in italiano, non avrebbe una vera e propria traduzione. Quindi, fondamentalmente non esiste ma la usiamo tutti come se esistesse. Analizziamo questo interessante fenomeno.

Googolandola viene fuori sta roba qua: “comprende diverse definizioni quali segretezza, riserbo, vita privata, intimità, dati personali ecc. che confluiscono nella più comune terminologia di tutela della riservatezza”, che come barzelletta non sarebbe nemmeno male.
Ma, c’è un ma. Il tizio, d’ora in poi definito ‘genio’, che si è inventato che la praivasi vada tutelata e questa tutela generi tutto un giro di burocrazia e carta che produce entrate per quello stesso genio, è riuscito a infonderci la paura di perdere una cosa che, in realtà, avevamo già perso. Ci ha fatto credere che esista davvero la praivasi! Genio assoluto. Fosse per me gli darei un Nobel che, da quel poco che ho capito, ultimamente ne avanza uno.

Ora, capiamoci: siamo nell’era del telesmartfonino globale, delle videocamere di sorveglianza in ogni luogo (che poi ti credo che soffriamo tutti un po’ di stipsi!), delle scatolette nere delle auto che, se freni troppo velocemente arriva all’istante l’ambulanza a chiederti se va tutto bene, della vendita d’informazioni universale (da quando compili un innocente cartolina di concorso nel centro commerciale, fino al form di un qualsiasi social), del GPS anche sull’iPod (che, al limite trovavo più utile una funzione che lo facesse esplodere nel caso di musica di merda, tipo quella di Gigi d’Alessio).

In un’epoca simile, succede che visiti un sito internet per fare un favore a una amica interessata al vaporetto e per tutta la vita ti arrivano mail con offerte di vaporetti, prodotti in tutto il mondo. Anche in Kirghizistan. Carte di credito e simili che comunicano all’istante dove siamo, quanto spendiamo e cosa compriamo. Pubblichiamo i cavoli nostri (appena comprati dal fruttivendolo con il bancomat di cui sopra) su social multinazionali che vendono i nostri dati e i nostri gusti a tutti, pure al fruttivendolo (di cui sopra). Imposti una meta su google maps e sai immediatamente che al prossimo ingorgo incontrerai tuo cugino, che fa la tua stessa fila, perché ha spuntato l’ok che permette al navigatore di sapere sempre la sua posizione (del resto come pensate che facciano a sapere che c’è fila e segna di rosso quel tratto di strada? Solo perché in fondo c’è il fruttivendolo?) Ti chiamano call center a un numero che non hai mai dato a nessuno, per cercare di venderti qualsiasi cosa: telefonia, abbonamenti tv e magari pure un trattamento per allungare il pene, che ti viene da chiederti “ma come fanno a sapere pure quello? Che siano le telecamere di sorveglianza?”

Ecco, riflettendo un attimo, ma giusto un attimino su tutto ciò, diventa difficile immaginare che una parola con quel significato, di questi tempi, possa essere ancora legale. Ma quel genio del marketing di cui abbiamo già parlato, ha fatto il miracolo e tutti, ma proprio tutti, per un secondo ci crediamo e caschiamo in questo tranello. Siamo tutti vittime di questa bugia globale e tutti tendiamo a fregarci con le nostre mani. Magari quando firmiamo quei documenti che non sappiamo mai se ci tutelano o tutelano chi te li fa firmare, nel senso che sono tutelati nel poterci fare quello che vogliono, visto che abbiamo firmato. Ma credo che sia la seconda che ho detto.

Tuttavia, il nostro meglio lo diamo sui social media quando dichiariamo, con pomposi e “ufficiali” post pubblici, che pretendiamo di essere tutelati nella nostra privacy, magari ai sensi dell’articolo tot comma tot e bla bla bla… Che sarebbe un po’ come per me tornare, dopo tantissimo tempo, dal parrucchiere, entrare all’improvviso e urlare che voglio che i miei capelli vengano tutelati. Come minimo, mi sentirei rispondere “come vuoi, ma mi sa che sei arrivato tardi, caro mio.”

Fabrizio Bisognani

Lui dice.

La Maison e Lifestyle Magazine