Un po’ troppo “vicino”

Tutto si è complicato da quando il vicino è passato da un posizionamento orizzontale a quello verticale. Si narra che quando esistevano villette contornate da meravigliosi giardini, con erba di tonalità pantone più brillante a seconda del punto di osservazione, era possibile creare un rapporto di buon vicinato. Questo perché c’era la giusta distanza: se il vicino aveva delle sue fisime, comunque se ne stava là. Ti toccava relativamente. Uscendo, lo salutavi con cortesia e, al limite, ne potevi sparlare alle sue spalle, con comodo.
Evolvendoci, siamo finiti ad abitare in condomini con pareti di cartone, arrivando a capire che, non solo non ce n’è uno che sia normale, ma anche che ognuno ha familiarità con la propria patologia e non vede di buon grado le altre. Sinceramente, da quando abito in un condominio, pensare di dormire a meno di tre metri dalla pazzia di un particolare individuo, mi fa anche un po’ di impressione. Immagino che lui pensi lo stesso di me. Anzi, ne ho la certezza. Ne consegue che la convivenza non sia il massimo della vita.
Questo per farvi capire che tutto quello che racconto da qui in avanti non è frutto di esagerazioni, anche perché non ho bisogno di esagerare per renderlo più divertente.
La moglie dell’individuo di cui sopra, che poi è sicuramente anche la causa della sua cronicità (per definizione, è risaputo che dietro un grande seccatore c’è sempre una grandissima e fottutissima rompiballe) e che d’ora in avanti definiremo “la tipa”, inizia a cucinare i suoi manicaretti alle cinque del mattino. Potete immaginare come i miasmi del soffritto di una specie di agliacee, non meglio identificate e probabilmente già estinte qualche millennio fa, coadiuvino il risveglio e la colazione, quando ancora non ti ricordi nemmeno come ti chiami e l’unico odore che vorresti sentire è quello del caffè. Ma questo ha anche il suo lato positivo: i conati che mi provocano, mi consentono di mantenere allenati gli addominali ogni santa mattina, risparmiando, così, sull’abbonamento della palestra.
Per non parlare della sua paranoia dell’acqua che uso per annaffiare le piante: le poche gocce arrivate sul suo terrazzo, nell’arco di diversi anni, l’hanno convinta che io abbia installato una doccia sul balcone. Del resto, chi non metterebbe una doccia su un balcone che si affaccia direttamente su altri tre palazzi?! Ha una sua comodità: ad esempio, non si rende più necessario frequentare spiagge nudiste. Inoltre, sempre secondo lei (e quindi anche del marito), la mia donna delle pulizie non è capace ad usare l’aspirapolvere (centralizzato) in orari consentiti dal regolamento condominiale. Mentre scrivo mi è venuto in mente che, dovesse “la tipa” organizzare dei corsi di aggiornamento in merito, ci sarebbe da ridere.
Tra le altre nefandezze, i due fenomeni sono perfino riusciti a corrompere l’amministratore affinché facesse abbattere piante, e potare indiscriminatamente siepi e vegetazione ornamentale, solo perché potessero accendere la luce in casa, cinque minuti più tardi verso il tramonto. Tanto che l’ordine del giorno della prossima riunione di condomino recita: approvazione modifica della denominazione e della targa identificativa da “Residenza Giardino dell’Eden” a “Residenza Brullismo e Desolazione del Sahara”.
Ogni discussione, pacata come fosse una riunione dell’ISIS all’interno dell’appartamento di Bertone, avviene naturalmente attraverso il telefono, nonostante ci divida un’unica rampa di scale (pare brutto dirsi delle cattiverie in faccia).
Ma la cosa meravigliosa è che, se ci si incontra per le scale, ci si saluta cordialmente. Tutto sommato, mi ritrovo a pensare che la mia di pazzia non è nemmeno così male, al confronto. Alla fine, li devo pure ringraziare questi (fin troppo) vicini!

di Fabrizio Bisognani

Fabrizio Bisognani

Lui dice.

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