Medicina. I social media fanno male agli adolescenti? Dott. Michele Sanza

Dottor Michele Sanza


Ne parliamo con il Dottor Michele Sanza, psichiatra dell’Ausl Romagna.

Michele Sanza, psichiatra, è direttore dell’unità operativa dipendenze patologiche dell’azienda Usl della Romagna, sede di Cesena. Con lui affrontiamo un tema molto attuale: la dipendenza degli adolescenti da internet e dai social media.

Dottor Sanza, si tratta di una patologia grave e reale o di un fenomeno gonfiato dai media? Di quali numeri stiamo parlando?
“Prima di parlare di patologia, dobbiamo distinguere. Internet e i social sono diventati uno strumento anche positivo per gli adolescenti. Consentono loro un rapido accesso a dati utili e favoriscono un certo tipo di conoscenza. Questa funzione positiva può diventare una disfunzione se il tempo trascorso davanti a uno schermo è eccessivo e va a discapito di altre forme di socializzazione, quando annichilisce altre funzioni fisiologiche quali lo stare in gruppo con i propri coetanei e provare empatia verso le altre persone. Tuttavia, non siamo ancora nel campo della patologia. La patologia riguarda quei ragazzi che vengono assorbiti quasi completamente da social, giochi di ruolo e altro, sviluppando una forma di dipendenza tipo quella che si subisce quando si è succubi delle droghe. Questa forma patologica riguarda il 2-3% degli adolescenti italiani mentre la disfunzionalità tocca almeno il 20%. Sono quei ragazzi che usano internet per più di 2/3 ore al giorno”.

Quali sono i sintomi evidenti di una dipendenza da social media?
“Il primo segnale è il tempo trascorso davanti al telefonino o al computer. Se un ragazzo ci sta per più di tre ore è bene che i genitori ne parlino con lui. Altri segnali sono l’uso notturno del cellulare, che è nocivo anche per la qualità del sonno, e uno stato di ansia e/o irrequietezza se non c’è segnale”.

Come si deve intervenire? Bloccare di colpo l’accesso a internet può essere una soluzione?
“La “sanzione”, per essere utile, deve essere di portata limitata e comunque non è risolutiva: deve venire accompagnata da elementi che compensino la dipendenza. Si deve attivare un sistema premiante positivo che valorizzi le attitudini naturali del soggetto, come praticare uno sport, suonare uno strumento, fare cose insieme alla famiglia”.

Lo Stato italiano ha riconosciuto come patologia la dipendenza da gioco d’azzardo. Dovrebbe farlo anche con questo tipo di assuefazione?
“Direi che servirebbero più risorse destinate ai giovani in ottica preventiva e che l’intervento più importante lo deve attuare la scuola, offrendo più strumenti agli insegnanti, perché è quello il luogo dove i ragazzi s’incontrano. Invece, si assiste a un dilagare dell’uso del cellulare anche in ambito scolastico mentre occorrerebbero delle normative serie per regolarne l’uso all’interno degli istituti. Poi, direi che tutti quanti siamo chiamati a invitare i ragazzi a scoprire altri modi d’impiego del proprio tempo come la lettura, ad esempio, che è molto importante per lo sviluppo dell’intelligenza. Quest’ultima non “cresce” nello stesso modo se ci si dedica a internet in maniera patologica: cambiano le sinapsi e cambia lo sviluppo delle aree del cervello. Per semplificare: gli adolescenti di oggi potrebbero diventare bravi nello svolgere più funzioni contemporaneamente e a lavorare su diversi livelli, ma potrebbero essere incapaci di riflettere sulle cose e di elaborare pensieri complessi”.

di F. Semprini