Medicina. Quando mano e polso fanno “crack”. Intervista al Dott. Riccardo Luchetti

Aumentano gli interventi chirurgici.


Ne abbiamo parlato con il dottor Riccardo Luchetti, noto chirurgo, specialista in questa particolare branca dell’ortopedia con un migliaio di operazioni all’anno come standard di “lavoro”. Luchetti, riminese, 64 anni, si è laureato a Modena e si è specializzato in elettromiografia e neurofisiologia clinica, ortopedia e chirurgia della mano, perfezionandosi poi in diverse Università europee e americane come le Università di Cambridge e di Stoccolma e il Miami Hand Center. Attualmente, è past president della Società italiana di chirurgia della mano; past-president della Società europea di artroscopia del polso e, fino a giugno, è stato presidente della Società internazionale di traumatologia della mano nello sport.
Dottor Luchetti, a cosa è dovuto quest’aumento?
“A due fattori. Il primo, è un cambiamento nel trattamento di queste patologie. Anni fa una frattura s’ingessava, oggi, molto spesso, si opera. E questo avviene sia che si tratti di una frattura con interessamento esclusivo del segmento scheletrico, sia che vengano interessati anche i legamenti. Operare consente un recupero migliore e in tempi più brevi”.
Può fare un esempio?
“Un polso con frattura semplice a livello del radio, dopo essere stato operato, viene poi “protetto” da un tutore che permette fin da subito di iniziare a muovere il polso e in circa due mesi la mobilità dell’arto può tornare al 100%. Se in una frattura sono interessati anche i legamenti, occorre un mese di riposo in più, un tutore più complesso e una terapia della mano effettuata da terapisti specializzati seguendo i protocolli prestabiliti e concordati fra chirurgo e terapista”.
Lei parlava di due fattori. Qual è il secondo?
“L’aumento degli incidenti sia in auto che in moto; degli infortuni sul lavoro e delle cadute accidentali; delle problematiche inerenti a lavori ripetitivi che portano a diverse patologie, comprese quelle reumatiche. L’utilizzo del computer va esculso da questa casistica. Piuttosto ci rientra chi svolge un lavoro manualmente ripetitivo, ad esempio in fabbrica”.
Tra le categorie particolarmente soggette a queste patologie, ci sono sportivi e musicisti.
“Tra gli sportivi ho operato diversi giocatori di basket, pallavolo, motociclisti, campioni di beach tennis e windsurf. I loro sport mettono particolarmente “in pericolo” dita, mani e polsi. Ricordo di aver curato molti giocatori della Pallavolo Panini Modena negli anni ‘70 e ‘80, quando lavoravo nella città emiliana. Ho operato Nicky Hayden, l’ex campione del mondo di MotoGp scomparso lo scorso mese di maggio. Venne da me con il polso praticamente distrutto dagli incidenti che aveva avuto. Mi chiese di aumentargli la compromessa capacità del polso di muoversi per dare gas. Lo operai in artroscopia e tornò felicemente alle gare. Ma ho operato tanti altri sportivi: pugili, thai e kickboxer, pattinatori, giovani tennisti che si sottopongono a turni di allenamento stressantissimi… Tra i musicisti le patologie sono da sovraccarico. Sono pazienti difficili da trattare perché esigono il massimo e vogliono la garanzia di non perdere la sensibilità necessaria per suonare”.

Cosa consiglierebbe a livello di prevenzione?
“Innanzitutto, effettuare degli screening endocrinologici. Per chi fa lavori ripetitivi, sarebbe bene, fosse possibile, una costante turnazione sul posto di lavoro. Per quel che riguarda gli atleti, imparare bene la gestualità tecnica corretta del proprio sport e utilizzare quanto più possibile protezioni come “incerottamenti e bendaggi”.
di F. Semprini


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