Ogni casa è una storia

Un viaggio nella memoria delle case della mia vita
Ci sono delle persone che nella vita abitano sempre nella stessa casa, altre che ne cambiano al massimo due, io ne ho cambiate veramente tante! Sarà un karma, sarà legato al mio lavoro, comunque è che nella mia storia c’è il ricordo di molte case. Riconosco la mia prima casa, ed ho un labile ricordo: il calore emanato da una stufa a legna sul cui lato bolliva ininterrottamente una riserva di acqua, la casa era quella dei miei nonni, ed i miei genitori vivevamo insieme a loro. E’ durata poco. Come un sogno, ricordo una caduta con i girellino di legno dalla scala della prima casa che mio padre ha costruito con il suo lavoro, è ancora là perfetta ed intonsa. I pavimenti di graniglia e la favolosa scala con il corrimano basso, di rovere lucido, massiccio puro stile anni ‘50. Prima che io iniziassi la scuola elementare ci siamo nuovamente trasferiti: la casa era un palazzo liberty, con tanto di guglie. Grandissima, con i pavimenti in mattoni lucidi rossi ed un grande terrazzo coperto da una pergola di glicine ed una vite di uva moscatello. Ricordo le mattine estive quando le persiane quasi chiuse lasciavano filtrare la luce a larghi fasci ed il pulviscolo atmosferico ballava illuminando il pavimento odoroso di cera rossa. La mia prima scrivania, stupenda, in noce chiaro e lucido, su cui troneggiava l’inchiostro nero che la mia maestra prediligeva, le carte assorbenti ed i quaderni sottili, i colori “Giotto” da 12, corti, di legno naturale con dentro il segnalibro e l’odore più buono che la mia mente ricorda. Non capivo perché bisognava trasformarla, mi piaceva quella enorme casa che accoglieva la mia famiglia, i miei nonni con lo zio Raffaello ventenne e lo zio Aldo, che nel frattempo si era sposato ed aveva cominciato a lavorare con papà. Adoravo il letto dei miei nonni, nel quale mi rifugiavo, il caldo abbraccio della nonna Antonia che raccontava storie di paura e ricordi di suo padre e mi cantava canzoni malinconiche che mi facevano dormire. Avevo 7 anni quando ci siamo trasferiti nella II° casa nuova. Era una casa molto elegante, il grande soggiorno con la boiserie laccata avorio ed il divano francese di velluto turchese, i morbidi tappeti orientali e la camera da letto che dividevo con mia sorella Cristina. La mia piccola libreria si stava riempiendo di quei libri che sono stati “gli attivatori” dei miei sogni, gli “stimolatori” dei miei pensieri. In quella casa è nata mia sorella Elisa ed io ho avuto la mia prima camera da letto personale. A tredici anni sono andata in collegio a Ravenna, è stata la condizione che la mia famiglia ha posto per farmi frequentare il liceo artistico. Era il 1969. Tornavo a casa solo il sabato e ripartivo il lunedì mattina, ed è stato proprio in uno di quei ritorni che trovai la mia camera da letto completamente trasformata: il letto di camoscio beige, la poltrona in tinta, il comodino e l’armadio color melanzana, il tappeto rotondo e le tende di lino spinato. La ricordo come se fosse ieri. Era una grande casa (e lo è ancora, ci vive mia sorella Cristina!) con meravigliose rifiniture, spazi luminosi, dove la mia allegra e rumorosa famiglia ha passato gli anni più sereni. Il boom economico rendeva gli animi leggeri e gli affetti, per fortuna, non ci mancavano. Credo che i bambini vadano stimolati alla bellezza della natura, dall’arte e dai pensieri. Ho avuto la fortuna di crescere così. Poi il tempo è passato e mi sono sposata. Mio marito ed io siamo andati a vivere a Cesena in una piccola casa che ricordo con tenerezza infinita. Là, nostra figlia, ha iniziato a camminare e a parlare. Ricordo i primi passi di Silvia, che attraversava il soggiorno appoggiandosi ad un divano ad angolo verde. Era il 1978, il design era nel suo massimo splendore. La tecnologia applicata all’arte stava cambiando il nostro modo di vivere. La moquette ricopriva tutto il pavimento della nostra casa, il televisore era diventato a colori, i libri, che mi ero portata dietro, erano enormemente aumentati, ed a 3 anni, nostra figlia, riconosceva i quadri di De Pisis. Ma la nostalgia di Santarcangelo era grande e non resistemmo. Così dopo 2 anni tornammo nel nostro paese, con grande felicità di mio padre. La casa in cui andammo a vivere era cinque volte più grande della precedente: finalmente avevo lo spazio per una libreria, anzi due! La casa era come noi, colorata, “contaminata”. La nostra generazione appartiene a due mondi: quello tradizionale in cui siamo stati educati fino all’adolescenza e quello tecnologico in cui siamo cresciuti. Era inevitabile subirne le conseguenze. A 40 anni mi trasferii di nuovo a Cesena con Silvia e la gatta: l’indimenticabile Dolores. Progettai la casa dall’inizio, credo sia stato il risultato delle capacità e delle conoscenze a cui il mio lavoro mi ha portato: era la casa di due donne, indispensabile quindi che ci fosse privacy e contemporaneamente grandi spazi comuni. Il terrazzo è stata la mia gioia ed il pavimento il più grande lusso. Tavole di acero da 3 cm di spessore appoggiate su un tavolato di legno povero a sua volta adagiato su di un letto di 25 cm di ghiaia di fiume lavato. Come faceva il Palladio. I soffitti alti cinque metri, ed il pavimento, creavano un’acustica straordinaria! Sono stati anni importanti, segnati dal grande dolore della perdita di mio padre, ma di profonda crescita. Nel 2004 Silvia si è sposata. Non serviva più che io rimanessi a Cesena, quindi ancora una volta sono tornata a Santarcangelo. Questa volta da sola. E’ stato molto difficile pensare alla casa in cui sarei andata a vivere, anche perché desideravo che fosse adatta alla donna che ero diventata. Indispensabile il terrazzo e la luce, lo spazio per la montagna di libri che mi sono portata dietro per tutta la vita e tutti quegli oggetti, i quadri, i pezzi di design, i bicchieri, le posate di cui è piena la mia storia. Credevo che fosse la mia casa da single, ma avevo fatto i conti senza il mio passato. Ed il “mio passato” voleva assolutamente risposarmi. E così è stato. Ha portato altri libri, altre cose, ora si guarda più il televisore e si fa giardinaggio in due. Sappiamo bene che tutto può accadere e che ogni cosa può cambiare, l’unica certezza che il mio “storico” marito dice di avere è che non cambieremo più casa. Chissà!

di Graziella Biagetti

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