Paolo Cananzi – Il meglio dell’intrattenimento è in rete, non in tv

Abbiamo intervistato Paolo Cananzi, notissimo comico e autore televisivo riminese

Paolo Cananzi, riminese, classe 1963, è autore televisivo tra i più conosciuti. La sua carriera è iniziata a RadioSanMarino negli anni ’80, per poi proseguire prima sul palcoscenico e poi, appunto, in Tv. A un certo punto ha deciso di ritirarsi dalle scene e di continuare con la sola scrittura, al servizio di altri comici. L’abbiamo intervistato per farci raccontare il suo lavoro e la sua carriera.

Lei ha debuttato…
Mi puoi dare del “tu”? – dice ridendo Cananzi. – Sono un sedicenne intrappolato nel corpo di un uomo di 54 anni.

Ok. Tu hai debuttato in Tv con Renzo Arbore nel 1988. Il programma era “Doc” e proponevi brani dei tuoi spettacoli di cabaret. Cosa ricordi di quel tuo inizio televisivo?
Nel 1987 avevo partecipato a un concorso per nuovi comici a Firenze. Mi avevano fischiato. Un anno dopo sono tornato e l’ho vinto. Come premio c’era un viaggio a Londra e un’apparizione in RAI. Puoi immaginare con che determinazione affrontavo la prima diretta televisiva della mia vita. No, scusa, non era determinazione, era incoscienza. Dopo di me in scaletta si esibiva Dizzie Gillespie, prima di me De Gregori. E io vivevo a Rimini, vicino a Piazza Malatesta!

Com’è cambiata, se è cambiata, la comicità in Tv dai tuoi esordi? E’ corretto dire che mira più alla pancia che al cervello del telespettatore?
Sì ed è frutto di un equivoco. Faccio spesso l’esempio del regalo di Natale comprato il 24 dicembre: la tivù continua a portarci regali impacchettati in fretta e furia e senza minimamente tenere in considerazione i reali gusti e le aspettative dei telespettatori. “La gente non capisce”, “questa battuta è troppo alta” sono le frasi che si sentono più spesso in sede di riunioni autoriali. E così la gente che “capiva”, la più numerosa peraltro, ha abbandonato la tivù. La vera innovazione è che oggi il meglio dell’intrattenimento lo trovi gratuitamente in rete e questo sta minando alla base il lavoro dell’autorato televisivo. Si chiama concorrenza. E’ una sfida con cui dobbiamo confrontarci e ricordarci sempre che, se capiamo “noi”, capisce anche la gente.

Perché hai scelto da più di vent’anni di non calcare i palcoscenici e di impegnarti nella sola scrittura per altri comici?
Per manifesta inferiorità – ride -. Ho lavorato con – e ho visto lavorare – i migliori comici della mia generazione e sono sempre stato consapevole della mia scarsa presenza scenica. Del resto sono sempre stato un autore che leggeva i propri testi sul palcoscenico, mai un interprete vero e proprio. La resa dei conti con la mia vanità è stata, da subito, solo una questione di tempo. Ma a luglio del 2016 ho deciso di riapparire in pubblico con “La Reunion”, uno spettacolo nuovo di zecca dove ho fatto pace con frustrazione, nostalgia, smanie senili. Una reunion con me stesso, dieci repliche che sono valse come un corso di aggiornamento full-immersion. Se sapevo quanto fossi cambiato io, non avevo precisa consapevolezza di quanto fosse cambiato il pubblico in termini di gusti, attenzione, percezione. Gli spettatori con cui ti misuri negli studi televisivi sono spesso prezzolati, quasi ipnotizzati dalle luci e succubi delle telecamere. Sono molto orgoglioso di essere uno di quegli autori televisivi con esperienza di palco, e credo e spero che i comici con cui collaboro percepiscano questa empatia.

Tu hai scritto per molti mezzi diversi, soprattutto televisione ma anche radio, cinema, teatro. E’ difficile adattare la scrittura a mezzi così differenti? E’ molto diverso scrivere una sceneggiatura cinematografica rispetto, per esempio, al monologo di un comico o ai testi del Festivalbar? Cosa cambia?
Hai fatto bene a citare il Festivalbar. Quello è uno di quei casi in cui devi dare fondo alla tua esperienza. I conduttori agivano su un palco enorme e dispersivo, l’ingresso era gratuito e il pubblico – non troppo selezionato – a perdita d’occhio. E’ uno di quei casi in cui la sintesi tipica della scrittura televisiva raggiunge il suo apice (la sintesi il suo apice, la scrittura il suo minimo). Il conduttore deve mantenere la concentrazione mentre la gente gli urla di tutto; deve essere veloce, divertente ma sempre a servizio dei cantanti. Ogni programma televisivo, ogni mezzo, come ogni comico, richiede uno stile di scrittura differente. La duttilità è la prima cosa da imparare. E rinunciare al proprio, di stile. Facendo di tutto per recuperarlo quando possibile, prima di smarrirlo definitivamente. Direi che la tivù t’impone di disimparare a scrivere, di scimmiottare il linguaggio parlato, con l’obiettivo di rendere la scrittura invisibile, impalpabile. L’autore più richiesto è quello che c’è ma non si vede.

Qual è il lavoro al quale ti senti più legato?
Banalità: quello a cui sto lavorando, perché senza motivazione (anche aleatoria, fasulla) è impossibile fare un mestiere come questo: devi continuamente ripeterti che stai reinventando la comicità a fianco del comico più talentuoso del mondo. Però… Però… Una cosa che ho notato è che non ti rendi mai conto quando stai facendo il programma della tua vita. Mentre ci sei dentro, intendo. Poi, col tempo, ti prende una nostalgia spaventosa. Ad esempio per gli RVM che registravo con Marcorè/Alberto Angela a L’OTTAVO NANO, per il Medioman di MAI DIRE GOL con Fabio De Luigi, per le sit-com live col pubblico con Marina Massironi, la mia compagna, e per i tratti carbonari delle prime puntate di CCN (Comedy Central News) di Saverio Raimondo. Ah, e la scrittura collettiva della sceneggiatura di “Chiedimi se sono felice” con Aldo Giovanni e Giacomo: pura gioia e divertimento.

Tu scrivi spesso per Fabio De Luigi. Il feeling è dovuto al fatto che siete della provincia di Rimini tutti e due o la tua scrittura si adatta ai tempi comici di De Luigi e viceversa?
Quest’anno sono 25 anni di amicizia e di lavoro – saltuario – insieme. L’appartenenza alla stessa terra ci ha resi affini. Abbiamo storture psichiche molto simili. E per ragioni anagrafiche abbiamo gli stessi riferimenti televisivi, cinematografici, letterari, teatrali. Abbiamo iniziato a frequentarci quando eravamo entrambi comici emergenti e mentre io mi ritiravo dalle scene, De Luigi accelerava la sua ascesa diventando uno dei comici più popolari e amati. Ancora oggi scrivere insieme ci viene naturale, istintivo, automatico. Dovremmo solo farlo più spesso! Abbiamo condiviso progetti teatrali (“BIOL”), palcoscenici (“LEZIONI DI SEMANTICA ROMAGNOLA”) e programmi televisivi (da “MAI DIRE GO” a “LOVE BUGS”, fino al più recente “FACCIAMO CHE IO ERO” con Virginia Raffaele). Il mio sogno è rilavorare con Fabio al materiale di “Biol”, uno spettacolo che dopo quasi vent’anni rappresenta un De Luigi “in purezza” di altissima levatura comica.

Quali sono i tuoi progetti per questo 2018. Perlomeno, quelli che scaramanticamente sai di poter rivelare.
La scaramanzia non serve più a granché in Italia. Servono produttori capaci, colleghi seri e competenti che la crisi ha ormai decimato. Comunque, dove non arriva la scaramanzia arriva l’impegno di riservatezza. Diciamo che sto lavorando a un progetto televisivo ambizioso, che è sempre una formula che suona misteriosa e altisonante al tempo stesso (ride).

di F. Semprini