Passato Presente Futuro

Cosa lega la grande architettura del passato con le opere dei grandi architetti contemporanei? Si può pensare un’architettura che esprima il nostro tempo senza per questo provocare lacerazioni con la storia e senza violentare i luoghi con operazioni per lo più autocelebrative?

Queste domande, che hanno occupato gran parte del dibattito degli anni ottanta, oggi sembrano essere state accantonate in virtù di considerazioni più legate agli aspetti formali che non a quelli più strettamente sostanziali e culturali. Pensare la contemporaneità sembra essere una questione di stile assoggettata alla moda; una questione effimera che nega il senso profondo del costruire inteso come un atto fatto, invece, per durare e sfidare l’inesorabile passare del tempo. Scriveva Pierluigi Cerri che l’architettura di valore è quella che lascia belle rovine e quindi: quali e quanti,  tra i monumenti oggi tanto decantati, tra alcuni secoli lasceranno belle rovine?

L’architettura è l’arte del tempo e della memoria che, oltre a rispondere ai problemi dello spazio cartesiano, si preoccupa dell’esistenza e, paradossalmente, della metafisica. Ogni architettura, infatti, è una macchina del tempo ed ogni progetto è un teatro della memoria in cui di volta in volta attingere e scegliere ciò che più è utile allo scopo che ci siamo prefissati. L’architettura, se è tale, racconta delle storie e come ha detto Baricco finché uno ha una buona storia e qualcuno a cui raccontarla non è completamente fregato. In architettura le storie si raccontano attraverso la sapiente composizione dei suoi elementi (i soffitti che mimano la volta celeste, i solai l’estensione in altezza del suolo terrestre, i collegamenti verticali sfidano le leggi delle gravità) e può avvenire che il mondo esterno, escluso dai muri dell’edificio, rientri attraverso i varchi lasciati dalle porte e dalle finestre.
Così l’atto creativo nasce dall’insolito accostamento degli elementi generatori e non da questi che, sostanzialmente, sono invariati da secoli (i solai, le coperture, le scale, i tamponamenti verticali cambiano nella loro forma, ma non cambiano nel loro significato primordiale). La triade vitruviana della firmitas, utilitas, venustas esisteva prima di Vitruvio ed esiste ancora oggi: ciò che è cambiato sono i nostri bisogni secondari e non quelli primari dell’abitare. Il mondo è costituito dai luoghi in cui andrà inserita l’architettura ed i luoghi hanno sempre una loro identità a volte chiaramente visibile, a volte da ricercare nelle pieghe più nascoste, ma che in ogni caso sono stazioni del tempo che ci indicano cosa vogliono diventare (ammesso che il tempo si muova e vada da qualche parte). Basterebbe osservare il colore del cielo e l’incidenza delle ombre per fare architetture di volta in volta differenti nei diversi luoghi.
Come diceva Klee l’arte non rappresenta il visibile, ma rende visibile; l’architettura, invece, opera in senso inverso e, parafrasando John Hedjuk, parte dall’astrazione e procedere verso il mondo reale e a lavoro finito l’architetto di valore è colui che è stato il più vicino possibile all’astrazione originale. Si viene così a definire una netta distinzione tra gli architetti ed i costruttori perché l’architettura è il salto tra il progetto e la costruzione, e tra la costruzione ed il mondo: ci si avvicina all’architettura ogni volta che un oggetto, un ambiente, un edificio esce dal regno della necessità per avventurarsi in quello del desiderio. Fare architettura, oggi, significa tener conto della complessità del mondo attuale e con esso stabilire un patto di non belligeranza  in cui trovare profonde e sincere relazioni con i luoghi e con la loro storia. Relazioni che non si traducono in operazioni di mimetismo, non si tratta di affrontare problemi di stile, ma nella consapevolezza e nella conoscenza. La poesia nasce dall’accostamento inusuale, dall’apparentemente nuovo, dal percorso inesplorato ma nel quale ci riconosciamo perchè il suo significato ci appartiene. Le parole, che in architettura sono i suoi elementi costruttivi, sono quelle che già conosciamo: ciò che non conoscevamo è il loro nuovo modo di stare insieme. Così ciò che sembra una novità è, talvolta, solo dimenticanza ed oggi dimenticare è criminale. *

* Il testo prende spunto dal libro: Adolfo Natalini Figure di Pietra, ed. Electa 1984 di cui cita ampie parti e di cui vuole rendere all’autore un doveroso omaggio.

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Rubrica a cura di: Frederic Barogi Architetto
Prof. di Progettazione Ambientale
Facoltà di Architettura – Ferrara