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Il problema non è la dieta, ma la fame!

A volte ti ritrovi in un particolare periodo della vita in cui devi prendere una decisione difficile, farti carico di tutte le conseguenze che ne deriveranno e portare avanti la tua scelta anche se al solo pensiero ti senti dilaniare le carni dall’incertezza e dal dolore. E non importa se il futuro appare incerto, se le privazioni che dovrai affrontare sembrano insopportabili, se improvvisamente senti di essere sola a combattere contro qualcosa più grande di te; secoli di storia sono lì a testimoniare che noi donne siamo in grado di stringere i denti in mezzo ai venti più sfavorevoli. Una donna non si tira indietro, fa quello che è necessario. Dev’essere stato a causa di questa consapevolezza che quando mi sono piazzata davanti allo specchio, puntando il dito contro la mia immagine riflessa e urlando: “Non fare la vigliacca: tu ora ti metti a dieta!”, contro ogni pronostico, mi sono ascoltata. Prima di rischiare l’ammutinamento del resto del corpo, il mio dito aveva già composto il numero della nutrizionista e la bocca aveva fissato l’appuntamento.

Lo stomaco, ancora ignaro e inconsapevole di tutto, ha accusato il colpo solo di fronte al programma del nuovo regime alimentare: ad ogni voce, un’ondata di acido gastrico reclamava giustizia…
• 60 grammi di pasta al Kamut (60 gr??? Non basta nemmeno per rendermi conto se è scotta!);
• Caffè d’orzo (allora, chiariamo il concetto una volta per tutte: se mi va il caffè, non potete darmi un surrogato che sa di cicoria! E’ come dire che se ordino una parmigiana di melanzane al ristorante, possono portarmi anche un soufflé di cavolfiore perché tanto è sempre una verdura! Il caffè espresso o quello della moka, hanno un sapore ben preciso. Il caffè d’orzo NON E’ LA STESSA COSA! Se devo accontentarmi di un’alternativa “scrausa”, preferisco smettere di bere caffè!);
• Un dito di latte scremato (ma il dito lo devo tenere in orizzontale o in verticale? E poi quale dito? Il pollice o il mignolo? Eh no, perché c’è differenza. Esigo precisione in queste cose, cribbio!);
• Frittatina di max due uova, con verdure tipo carote o spinaci (sarei tentata di chiedere un commento di Gordon Ramsay in merito…);
• Mezza piadina di kamut (no, per carità, io non ho niente contro il kamut, ma vedo già mia nonna rivoltarsi nella tomba. Lei che “andava giù di strutto come se piovesse”, non avrebbe mai permesso che del volgare kamut si intrufolasse nella sua piadina! Specie se preparava quella sfogliata: la imbeveva in tanto di quell’olio che, a cena terminata, se ti strizzavi il fegato, potevi friggere un campo di patate. Ma vuoi mettere il gusto? Niente a che vedere col kamut! Rimane valido il ragionamento fatto per il caffè d’orzo: se deve avere un altro sapore, allora non la mangio!)

Intanto, mentre il mio viso veniva silenziosamente solcato da una lacrima, mi giungeva in lontananza la voce della nutrizionista: “… è evidente che alla dieta andrebbe comunque associato del movimento…” E qui ho smesso di ascoltare. Percepivo, di tanto in tanto, solo qualche parola “… correre… camminare velocemente… un’ora… due volte la settimana…”. Parole che continuavano a scorrere davanti ai miei occhi allo stesso modo in cui la vita ti passa davanti prima di morire. Niente. Nessuna reazione. La mia mente non le riconosceva: alla voce “correre” compariva “Not Found” (= non pervenuto). A malapena, avevo notizie di “camminare velocemente”, che sembra essere un’attività fisica molto salutare… mi dicono. (Ma io non mi fido!). Allora ho smesso di esaminare questa terminologia a me sconosciuta e ho ritrasmesso il film della mia esistenza. In nessun fotogramma correvo. Mi sentivo come una turista straniera che non afferra il senso di quello che le dicono. Avevo la tentazione di rivolgermi alla nutrizionista per chiederle informazioni: “Excuse me, what’s the english for correre?” Ma ho deciso, quasi subito, di archiviare la questione in mezzo alle pratiche “non fa per me” e “non ci penso neanche”. I giorni successivi sono stati durissimi: la drastica riduzione delle porzioni di cibo, mi causava violenti attacchi di fame a tutte le ore della notte. Il frigo mi ammaliava come una sirena incanta i marinai. Giungevo a quell’elettrodomestico infame, ipnotizzata dalla sua “melodia”, aprivo lo sportello, scorrevo rapidamente con gli occhi ogni leccornia a me proibita e richiudevo con la morte nello stomaco. Imprecavo, ma non prendevo niente: a volte mi saziavo con l’odore del pollo avanzato e finivo per sognare di immergermi in una vasca di patatine fritte. Al mattino il mio alito sapeva stranamente di ketchup. Naturalmente, i miei cibi preferiti continuavano ad apparire misteriosamente su qualsiasi superficie io avessi l’imprudenza di posare lo sguardo. La Nutella, in particolare, possedeva l’assurda capacità di materializzarsi ovunque… E sembrava sprigionare una forza gravitazionale irresistibile che attirava il mio corpo verso di lei; un potere contro cui non puoi lottare a lungo. Prima o poi ti ritrovi con il barattolo in una mano ed un cucchiaio nell’altra, con gli occhi spiritati ed un rivolo di saliva che scende all’angolo della bocca. Solo il sarcastico, quanto provvidenziale, commento di mia mamma “ma non eri a dieta????!!”, poteva indurmi a rimettere a posto quella diavoleria senza assaggiarla.

In ogni caso, le tentazioni non sono nulla se paragonate alla maledizione dell’amica magra. Tutti ne abbiamo almeno una: l’amica il cui corpo è inspiegabilmente esile e tornito, nonostante la quantità illimitata di “schifezze” che riesce a ingurgitare. In periodo di dieta, nove volte su dieci ti ritrovi a mangiare di fianco a lei: tu pasteggi con una tristissima insalata scondita, lei addenta un piatto di pasta al forno ed una fetta di torta al cioccolato. E non ingrassa. Mai. Una sorta di bastardissima costituzione genetica le consente di rimanere magra senza che questo le richieda alcuno sforzo motorio o rinuncia alimentare. Ora, ditemi voi, con tutta la buona volontà, ma come fai a non augurarle di reincarnarsi in Platinette, nella sua prossima vita? O a non desiderare di legarla ad una sedia ed ingozzarla col nastro trasportatore finché non arriva a 105 kg? O ad impedirti di sognare l’espianto di un suo organo per clonarne il dna ed impiantartelo direttamente nello stomaco? Non puoi. Eppure resisti. Tieni duro finché un giorno torni a casa con un abito taglia M (cosa che non succedeva dagli anni 90) e ti sembra di aver finalmente imboccato la strada che porta alla “magritudine”… Purtroppo quella strada è frequentata da mamme come la mia che liquidano l’evento con un “eh, ma avrà una vestibilità diversa!” e dissolvono l’estasi. Non so voi, ma io sono convinta che l’inferno sia un posto pieno di donne dai glutei marmorei e mamme con la sensibilità di un cannibale.

di Romina Marzi

Autore

Romina Marzi
Romina MarziCopywriter
Laureata in Scienze della Comunicazione, dal 2008 lavora presso l’agenzia TEN Advertising s.r.l. con la mansione di copywriter. Si occupa di stilare e correggere i testi commerciali che vengono usati per campagne pubblicitarie, siti web, brochure, presentazioni aziendali o di prodotto. Collabora alla realizzazione della Rivista La Maison e Lifestyle dove, nel corso degli anni, ha ideato diverse rubriche a carattere umoristico: “pausa caffè”, “quel sassolino nella scarpa”, “Lui dice/Lei dice”.
Romina Marzi

Laureata in Scienze della Comunicazione, dal 2008 lavora presso l’agenzia TEN Advertising s.r.l. con la mansione di copywriter. Si occupa di stilare e correggere i testi commerciali che vengono usati per campagne pubblicitarie, siti web, brochure, presentazioni aziendali o di prodotto. Collabora alla realizzazione della Rivista La Maison e Lifestyle dove, nel corso degli anni, ha ideato diverse rubriche a carattere umoristico: “pausa caffè”, “quel sassolino nella scarpa”, “Lui dice/Lei dice”.

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