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Quattro salti in America (seconda parte)

Come forse avrete potuto appurare durante il corso della vostra esistenza, è la ripetitività che azzera la qualità della vita. Quindi, mi capirete se, pur trovandomi in una città entusiasmante come New York, ascoltare Chiara mentre ribadisce undici/dodici volte al giorno “ho fame” e “shopping”, mi istiga a vendere su eBay le foto che la ritraggono seminuda, per rifarmi delle spese del viaggio. Mio cognato, invece, comincia a mostrare evidenti segni d’insofferenza allo shopping compulsivo, imposto dalle tre donne con cui, malauguratamente, si trova in vacanza. All’ennesima deviazione per acquistare una gonna che “scusa, ma è in sconto al 70%, mica possiamo lasciarla lì!”, manifesta sudorazione eccessiva e alopecia a chiazze. Il primo accenno di superamento del limite, arriva con il sarcastico commento: “Bello andare in giro con voi: si parte per vedere una cosa e se ne fa tutta un’altra! Mai che si possa rispettare un programma!!”, e finisce con la minaccia di dotarci di guinzaglio al collo, paraocchi e microchip sottopelle che emette brevi, ma folgoranti scossette elettriche.

Evitiamo la strage solo perché il nostro soggiorno a New York volge al termine e dobbiamo imbarcarci per raggiungere Los Angeles. Superiamo la drammatica chiusura del bagaglio, applicando il sofisticatissimo metodo “siediti sopra la valigia mentre io forzo la zip”, ci facciamo maledire dall’autista della navetta a cui indichiamo il terminal sbagliato e ci sorbiamo sei ore di volo in balia di venti contrari, bambini frignanti e vicini di sedile con un’igiene personale altamente trascurata. Arriviamo a destinazione più morti che vivi, noleggiamo un SUV e scopriamo che i bagagli ci entrano a malapena e solo rispettando una precisa sequenza, tanto che ne dobbiamo fotografare l’esatta disposizione per riuscire a ripeterla. Dopo aver impedito, a me di attaccare sul retro del SUV il cartello “Keep calm. Tourists on board” e alla Chiara di inserire una microspia nel suo bagaglio, per poterlo rintracciare in caso di furto, mio cognato punta dritto verso il molo di Santa Barbara, nella speranza di incontrare esemplari femminili equivalenti alle formose bagnine di Baywatch. Sfortunatamente, sulla spiaggia non avvistiamo nessuna Barbie prorompente che corre, lasciando traboccare le sue curve generose dal costume. Mio cognato stenta a riprendersi dalla cocente delusione e versa in lacrime per dieci minuti abbondanti (lui continua a dare la colpa al vento, ma il labbro gli trema visibilmente …). Los Angeles, invece, è un set a cielo aperto: appuriamo che il 90% dei viali e degli edifici è comparso in almeno un film, che la chirurgia estetica deve costare molto poco da queste parti e che puoi fingere facilmente di essere la protagonista di Pretty Woman in Rodeo Drive, visto che non ti fila nessuno se non sei firmato dalla testa ai piedi. Lasciamo la “Gardaland” della California e attraversiamo la Valle della Morte per raggiungere Las Vegas.

In auto la conversazione langue. Chiara, invece, dorme. Il suo prezioso contributo al viaggio, consiste nell’alzare improvvisamente la testa, socchiudere gli occhi, chiedere “siamo nel deserto?” e, alla nostra risposta affermativa, rimettersi a dormire (per un attimo, ho temuto avesse fame…). L’impatto con “un mezzogiorno di fuoco a Las Vegas” è devastante: l’alternanza fra i cinquanta gradi esterni ed una temperatura glaciale nei negozi (incautamente dotati di aria condizionata), provoca repentine corse alla toilette ed imbarazzanti consumi di Imodium, a dosaggi quasi letali. Ovviamente, la città del peccato non “stimola” solo l’intestino, ma anche l’approccio con il gioco d’azzardo. Anch’io mi lascio conquistare dalla voglia di trasgredire: gioco un dollaro alle slot machine e ne perdo due. (Non ho ancora ben capito come sia potuto succedere, quindi NON chiedetemelo!).

Tra i momenti clou del nostro soggiorno non saprei dire se il mio preferito sia:
a) dover coordinare gli sforzi di tre persone per sollevare mio cognato, inginocchiato davanti alla chiesetta dell’hotel per chiedere nuovamente la mano di mia sorella (dimostrandoci che, non solo gli uomini non imparano mai dai loro errori, ma anche che l’ernia si manifesta a tradimento, quando meno te l’aspetti);
b) scovare, proprio nel nostro albergo, uno dei ristoranti di Gordon Ramsay e sperare di assistere alla messa in fuga di un aspirante cuoco, scacciato dal lancio di un intero set di coltelli “Miracle Blade”.
Le nostre emozioni, però, non finiscono qui: allo Yosemite Park, Chiara si rifiuta di rispettare il divieto di dare cibo agli scoiattoli e cerca perennemente di adescarli con le patatine fritte, minaccia di vomitare ogni volta che siamo in cima ad un dirupo ed insiste per incontrare uno sciamano nella riserva indiana (siamo indecisi fra abbandonarla in mezzo alle sequoie o lasciare che un orso “l’abbracci”…). Ma la nota più curiosa è ciò che leggiamo nel regolamento del parco: “… se incontrate un puma, alzate le braccia e restate immobili. Se attaccati, lottate.” (Come “lottate”??? Ma chi, IO?! CONTRO UN PUMA??!! Guarda, gliela do vinta sulla fiducia!). L’avventura prosegue in un motel, dall’agghiacciante atmosfera stile Shining, dove la caratteristica meno inquietante è un’insegna luminosa della Budweiser, posizionata sopra il letto matrimoniale (è proprio il caso di dire “da Las Vegas a Las ciofegas!”). Trovandoci a livello stradale, passiamo una notte insonne, perché Chiara si sveglia ogni due ore per controllare che nessun maniaco ci spii dalle finestre. Mi trattengo a stento dal chiederle cosa intende fare se ne coglie uno sul fatto… L’ultima tappa è San Francisco, città costellata di bizzarre attrazioni e stravaganti personaggi. Ma quello che più ci colpisce è la sua peculiare pendenza: parcheggiare diagonalmente in una delle sue inclinatissime boulevard, comporta il rischio di venire catapultati fuori, nel momento in cui apri lo sportello e la forza di gravità ti proietta verso l’infinito e oltre. Ecco perché non potevamo lasciare San Francisco e l’America senza un’ultima profonda considerazione: “Va là che se nevicasse anche qui, col cavolo che le faresti ‘ste salite!”

di Romina Marzi

Autore

Romina Marzi
Romina MarziCopywriter
Laureata in Scienze della Comunicazione, dal 2008 lavora presso l’agenzia TEN Advertising s.r.l. con la mansione di copywriter. Si occupa di stilare e correggere i testi commerciali che vengono usati per campagne pubblicitarie, siti web, brochure, presentazioni aziendali o di prodotto. Collabora alla realizzazione della Rivista La Maison e Lifestyle dove, nel corso degli anni, ha ideato diverse rubriche a carattere umoristico: “pausa caffè”, “quel sassolino nella scarpa”, “Lui dice/Lei dice”.
Romina Marzi

Laureata in Scienze della Comunicazione, dal 2008 lavora presso l’agenzia TEN Advertising s.r.l. con la mansione di copywriter. Si occupa di stilare e correggere i testi commerciali che vengono usati per campagne pubblicitarie, siti web, brochure, presentazioni aziendali o di prodotto. Collabora alla realizzazione della Rivista La Maison e Lifestyle dove, nel corso degli anni, ha ideato diverse rubriche a carattere umoristico: “pausa caffè”, “quel sassolino nella scarpa”, “Lui dice/Lei dice”.

La Maison e Lifestyle Magazine