SANREMO 2019 – Il Pagellone finale – di Giorgio Arcari

SANREMO 2019 – IL Pagellone finale

Salve. Sono il Festival di Sanremo. Nelle puntante precedenti vi ho raccontato di come sia riuscito a raggiungere l’autocoscienza e vi ho dato i miei giudizi (quindi per definizione i migliori che ci possano mai essere) su quelli che mi cantano. Ho preso il controllo di questo anonimo scribacchino, che tanto già doveva fare le pagelle, e gli ho ficcato nel cervello un po’ di buonsenso musicale. Non crediate, tutto quello di buono qui l’ho fatto io: ‘sto tizio nel cervello ha le convinzioni più assurde e ricordi più assurdi ancora. Prima scavando ho scoperto che ai tempi acquistò anche il cd dei Chumbawamba. Avrei voluto approfondire ma non ce l’ho fatta e sono andato a vomitare nel camerino di Bisio.

Comunque, sto divagando.

Volevo dirvi che, nonostante l’evidente inadeguatezza dello scribacchino, lascerò fare le ultime pagelle a lui. Mi avete rotto il cazzo.

Vero che vivo di polemiche.

Vero che sono settant’anni che si discute sulle mie classifiche.

Ma una massa di disagiati mentali così non credo mi sia mai capitata. Da quel nano spocchioso che non ha capito il regolamento e voleva vincere a tutti i costi a quell’altro che si lamenta di aver cantato sempre dopo mezzanotte e non capisce il favore fatto a una canzone pessima. Ma soprattutto voi. Voi siete i peggiori. Ignoranti, quello sì, lo siete sempre stati. Non capire il regolamento, perché sia opportuno avere giurie diverse per evitare aberrazioni sì, certo, è chiaro che non ci arriviate.

Ma le reazioni al vincitore, quelle non ve le faccio passare. Vince un tizio che canta, bene o male non è rilevante, a Sanremo non lo è mai, del rapporto con un padre stronzo. Un tizio che ha un genitore (il padre, tra l’altro) egiziano ma è nato e cresciuto a Gratosoglio. Ma per voi non è italiano. Italo-qualcosa, al massimo. Arabo o negro, più realisticamente. Ora, a parte che sarà bene sfatare subito questo mito: Gratosoglio è Milano, è Italia, per quanto strano possa sembrarvi. Ci vivono persone per bene, il tizio che sto controllando ci ha fatto persino una figlia con una di Gratosoglio e il fatto che questa umana ora non ci stia più insieme dimostra non solo che è una brava persona, ma che ha anche un sacco di buonsenso.

Vi siete attaccati a tutto per screditare il vincitore, sempre con la vergogna di ammettere che siete dei razzisti di merda con il cervello pieno di fanghiglia da fondale del fiume Lambro. Non è perché è ne**o, è perché la canzone è oggettivamente brutta, dicevate. Oggettivamente? Oggettivamente con la comprensione della musica di un ornitorinco con problemi alla prostata che avete?

Non rappresenta la musica italiana, dicevate. Certo, perché Ermal Meta è albanese, va bene, è bianco. Romina Power è americana, va bene. Lola Ponce aveva un culo stratosferico, va bene. D’altra parte egiziani no, ma se sono gnocche e nipoti di Mubarak parliamone. E Cocciante? Nato e cresciuto fino a 11 anni in Vietnam con madre francese? Allora anche il Cocciantone non va bene? Volete toccarmi il Cocciantone? Volete morire male?

E niente, con il Cocciantone trascendo, è più forte di me.

Quindi, fate schifo, le pagelle fatevele fare da questo niubbo.

Sì, mi piace lo slang.

Non mi piacete voi.

Ci vediamo l’anno prossimo, ma non credo vi parlerò mai più. Piuttosto vado al circolo dei pensionati a dar da mangiare ai piccioni insieme al Cantagiro e al Festivalbar.

I CONDUTTORI

Claudio Baglioni – Voto disgiunto. 8 come direttore artistico: ha innovato più lui in due edizioni che tutti i direttori precedenti messi insieme. Non tutte innovazioni positive, ma almeno ha provato. Ha aperto finalmente ai “generi nuovi” (nuovi un paio di palle, alcuni sono in giro da quarant’anni). Bene. Ha tolto le nuove proposte, snellendo la procedura ma togliendo oggettivamente visibilità a molti outsider. Così Cosà. Ha tolto le eliminazioni. Capisco che la durata del festival vada dilatandosi per offrire maggiori introiti pubblicitari, ma alcune serate sono state veramente uno strazio. Le prime tre, in particolare, hanno bisogno di differenziarsi in qualche modo. Non Bene. Grandi scelte come artisti in gara, meno per gli ospiti. Chiude con una nota stonata parlando a favore del ritorno al solo televoto, calmierato in modo sacrosanto dopo i tanti eccessi nel corso degli anni (compreso quest’anno). Come conduttore e gag, così così, a essere generoso, 6. Quindi in totale 7

Claudio Bisio – Una prestazione terribile. Sbaglia, tanto, continuamente. Più volte è in affanno e senza il controllo dei tempi. Surclassato dalla Raffaele che infatti col passare delle serate prende sempre più spazio. I suoi monologhi puzzano di vecchio e scatenano al massimo un “e sti cazzi?”. Già a metà della prima puntata il suo essere rifugiarsi nella sua maschera grottesca si fa stucchevole, Baglioni non si concede al giochino ti-tratto-male come in Zelig e lo si vede a suo agio solo nella tristissima scenetta con Cevoli. La cosa migliore che fa a Sanremo è sbagliare l’ingresso e interrompere la Tatangelo prima del finale del suo pezzo, l’ultima serata. 3

Virginia Raffaele – Bellissima e bravissima, una perla. Sopperisce con l’avvenenza quando costretta alle terribili scenette ideate dagli autori (copiando a piene mani da sketch classici. Ma MOLTO classici), convinti di aver ancora a che fare con un pubblico di pensionati che cala fisiologicamente durante le cinque serate per morte (invece no, mai come quest’anno seguito dai giovani. Altro punto per Baglioni). Quando finalmente la si lascia libera fa con facilità imbarazzante cose anche molto complesse (la Carmen, per esempio), canta, imita. Dà vita, insieme alla giganteggiante Vanoni, al momento migliore del festival. Straordinaria. 10

LA GARA

FRANCESCO RENGA – ASPETTO CHE TORNI

Tanta voce, poca personalità e pochissima furbizia. Renga si getta di testa in una polemica assurda sulla maggiore o minore qualità delle voci femminili e maschili, il tutto a poche ore dalla finale. Credo, spero, immagino, volesse dire altro, probabilmente che le voci femminili, quando sono davvero belle e particolari, sono inarrivabili. Ma in realtà dice tutt’altro, si scusa dicendo di essersi incartato e viene giustamente massacrato. La canzone non è niente di così eccezionale da sopravvivere a questa polemicuccia. Nemmeno la polemica lo è, già si addensano i nuvoloni sul risultato in sala stampa e finisce tutto nell’indifferenza, stessa destinazione del brano di qui a qualche giorno 6-

NINO D’ANGELO E LIVIO CORI – UN’ALTRA LUCE

Livio Cori potrebbe essere Liberato. E adesso chi glielo dice alle Nazioni Unite? Comunque, disinarcate quel sopracciglio: la canzone dell’ex caschetto d’oro e del giovane partenopeo parte subito male e male finisce. Voci poco legate tra loro, Nino quasi mai in palla, confusione generale, l’inspiegabile atteggiamento metrosexual, no, transvesuvianasexual dei due cantanti. Non ho la minima voglia di andare a vedere chi sia il produttore del brano, ma meriterebbe qualche bel ceffone. Infatti nella serata dei duetti, con Big Fish che riprendere in mano il tutto, il brano cambia radicalmente e tutto va a posto. Ma solo venerdì. 5-

NEK – MI FARÒ TROVARE PRONTO

Nek porta un brano insensato, pieno di anninovantità, che mescola tamarraggine a tamarraggine che pensa di citare Borges. Il risultato è un cantante in forma straordinaria, che non invecchia, con una bella voce che canta una roba tamarra sempre uguale, uguale alle canzoni che faceva Nek negli anni ’90, uguale alle canzoni che ha fatto Nek dagli anni ’90 a oggi. Nei duetti, uno straordinario Neri Marcorè passa di lì per caso. 5

THE ZEN CIRCUS – L’AMORE È UNA DITTATURA

Pezzo decisamente non da Sanremo. Tentano la carta “scimmia nuda” con gli sbandieratori e non riesce. Il testo è troppo pregno, senza ripetizioni, asfissiante. Anche i concetti sono probabilmente “troppi”. L’ascolto quindi non è agevole e per nulla immediato. Però è un bel pezzo e migliora ascolto dopo ascolto, nonostante il tentativo degli Zen Circus di farsi del male (i fiati “in stonata” nei duetti. Ragazzi, davvero, pietà). Decisamente troppo puniti dalla classifica finale. 8

IL VOLO – MUSICA CHE RESTA

Polemiche un paio di palle. Il fatto che questa gentaglia sia arrivata sul podio è una indicazione chiara che il televoto andrebbe ulteriormente limitato o, meglio ancora, abolito. Un’intera fetta di analfabeti musicali che li ha votati e si riempie la bocca di “bel canto” senza avere la minima idea di cosa sia il canto, bello o meno. Speriamo solo che adesso spariscano a “rendere grande il nome dell’Italia” a nipoti di mafiosi obesi e farciti di fettuccine Alfredo e non tornino per luuuuungo tempo. 0

LOREDANA BERTÈ – COSA TI ASPETTI DA ME

Non darle il podio è stata un’offesa gratuita a una grande interprete che è tornata quest’anno in uno stato letteralmente di grazia. Una bella canzone (e grazie, targata Stadio), un’energia incredibile e anche la precisione data dall’esperienza (solo qualche piccola imprecisione alla seconda esibizione). La Bertè non è mai stata bella, non ne ha mai avuto bisogno e non ne ha bisogno adesso. Dall’inizio non l’ho vista come vincitrice, ma non ho mai nemmeno fatto mistero che avrebbe tranquillamente potuto vincere e se lo sarebbe meritato. Il pubblico dell’Ariston alla sua esclusione tira giù, giustamente, il teatro. 8.5

DANIELE SILVESTRI – ARGENTO VIVO

Ci sono Festival combattuti, altri che fanno capire chiaramente chi vincerà da subito (tranne poi prenderla sotto la coda all’ultimo istante come quel bimbominkia di Ultimo. HAHAHAHAHA… ehm). Ci sono poi canzoni infinitamente più belle delle altre e che sai non vinceranno mai comunque. Argento Vivo è una di queste. Canzone perfetta, testo splendido, arrangiamento da paura costruito attorno alla batteria suonata impeccabilmente da Rondanini. Nella serata dei duetti, con l’inserimento di Manuel Agnelli, il brano sfiora la perfezione. Giustamente tutta questa bellezza cosa può di fronte a un popolo che manda in finale il Volo? Per fortuna vince praticamente tutti gli altri premi, strameritati. 10- (il meno per qualche sbavatura di Rancore, perfetto invece la serata finale)

FEDERICA CARTA E SHADE – SENZA FARLO APPOSTA

Si presentano per fare breccia tra i preadolescenti che, o non li hanno cagati di striscio, o hanno il blocco dei servizi a pagamento fatto dai genitori e non possono votarli. Fin troppo in alto in classifica per un brano inutile. 2

ULTIMO – I TUOI PARTICOLARI

Le prime serate lo avevo anche premiato. È uno dei due idoli di mia figlia, ha una bella voce. La canzone è poca cosa, abbastanza banale e con un arrangiamento appena discreto ma via, ci può stare a Sanremo. L’unica cosa che gli si può dire è su quell’espressione sempre corrucciata, come uno che si concentra e non ci arriva. Tipo Toninelli, per capirci.

Poi, il disastro.

Ai duetti si presenta con quell’altro burino di Fabrizio Moro e un arrangiamento delicato Pianoforte-Clarino si sgretola in un urlato grottesco. Va comunque in finale da superfavorito, vince il televoto e viene spazzato via dalle giurie specializzate che votano in massa Mahmood, molto superiore a lui per tecnica, voce e freschezza del brano.

Ultimo sbrocca. Offende i giornalisti dicendo che gliel’hanno tirata e poi fa una mezza retromarcia dicendo che è arrabbiato con sé stesso. La verità è che il piccolo coniglio non ha il coraggio di mandarli a cagare perché non lo hanno votato. Non stringe la mano e non guarda in faccia Mahmood dimostrandosi caratterialmente un nanerottolo purulento. Il giorno dopo, cioè mentre scrivo, raggiunge il fondo, si mette a scavare e cavalca l’onda gentista con un video in cui afferma che è una vergona, che il “popolo” ha votato per lui e i giornalisti non si dovevano permettere. Un livello di spocchia che neanche Justin Bieber ai tempi d’oro. Un livello di imbecillità grillinizzata degna del suo mentore Fabrizio Moro. Mia figlia non mi parlerà per giorni per questa recensione, magari rimedio più avanti con Irama. Però tanto si doveva a ‘sto tizio che si accinge rapidamente a sparire, come gli altri mediocri della sua razza. 0+ e il più solo perché, per fare peggio de Il Volo, l’unica era portare davanti alle telecamere Paolo Brosio seminudo. E quell’opportunità se l’è già accaparrata Mediaset.

PAOLA TURCI – L’ULTIMO OSTACOLO

Icona incredibile di classe, un vestito più bello dell’altro fino ad arrivare all’apice dell’ultima serata. Presenza scenica incredibile, sensualità, grande voce. Si vede che mi piace la Turci? È così. La canzone però quest’anno è proprio poca cosa, non la esalta e non resta in mente. Peccato per lei, ma la rivogliamo presto. 7. Immeritato, lo so. Fatevene una ragione.

MOTTA – DOV’È L’ITALIA

Canzone assolutamente anonima che per motivi misteriosi (probabilmente una necessità che a me è sfuggita di onorare Nada) vince la gara dei duetti. Motta non ha guizzi particolari, non prende una decisione stilistica definita. Sembra indie nel senso più deleterio del termine, quando prima della metà degli anni ’90 ti trovavi davanti qualcuno che non capivi che cazzo stesse facendo e lo chiamavi indie per non chiamarlo rimba. 5.5

BOOMDABASH – PER UN MILIONE

Canzone che migliora a ogni ascolto, più divertente a ogni ascolto. Insieme a Soldi sarà sicuramente quella più suonata in radio e si candida pure a tormentone dell’estate. Pugliese sicuramente, ma non solo. Loro sono bravi, un po’ ingessati la prima sera ma poi si rilassano, divertono e si divertono. 7+

PATTY PRAVO E BRIGA – UN PO’ COME LA VITA

Patty Pravo non si giudica, ormai lo sapete. E comunque, se la giudicassi sarebbe un voto a due cifre. Non per la canzone, quella è irrilevante, ma per una che vive come le pare, che si può permettere di farsi modellare la faccia come un gatto e farsi i capelli rasta e di sembrare avulsa dalla realtà perché le piace così. Poi vai a leggere il suo pensiero (ultima intervista su Rolling Stone, tanto per fare un esempio) ed è più sul pezzo di tanti con un quarto dei suoi anni. Briga sa che deve recitare il ruolo di toy boy e lo fa bene. SV

SIMONE CRISTICCHI – ABBI CURA DI ME

Mi rendo conto di essere controcorrente proprio su uno degli artisti che più apprezzo. Cristicchi è un fenomeno, ha una cultura e una sensibilità che ti fanno subito pensare di volergli bene. Anche se lo vedi non dico a teatro (dove però fa e fa fare cose meravigliose. Andateci se potete) ma anche solo in tv. Cristicchi l’ho sempre visto come molto vero ed è per questo che stronco la sua canzone. È brutta e io tutta questa poesia in un affastellare luoghi comuni uno sull’altro non ce la vedo. 3

ACHILLE LAURO – ROLLS ROYCE

Lo aspetto la prima sera con curiosità (Thoiry è un gran bel pezzo). Rolls Royce al primo ascolto è veramente mediocre. Poi me lo rendono quasi simpatico con tutte le polemiche ai limiti dell’assurdo e decisamente simpatico con la performance nei duetti con Morgan, sul filo del nonsense (e forse oltre qui e lì). All’ultima serata, smaltita la sbornia, la canzone torna a essere mediocre. Però è stato un bel giro. 6

ARISA – MI SENTO BENE

Stroncata per tutto il festival. La sua canzone è troppo confusionaria, troppe cose belle (testo, idea, voce) mischiate a casaccio in un caos incomprensibile. L’ultima serata si presenta sul palco con la febbre alta e niente voce e arriva in fondo lo stesso. Brava, ma il pezzo resta insufficiente. 5

NEGRITA – I RAGAZZI STANNO BENE

Altro pezzo su cui la mia valutazione varia. Anche i Negrita, nel corso degli anni, mi sono stati molto simpatici e molto antipatici. Sarà per quello. Comunque un pezzo maturo, orecchiabile, senza eccessi. Le mossettine di Pau si adattano molto poco ma lui è quello, quindi va bene così. La canzone si trasforma la sera dei duetti, straordinaria e piena di malinconia la versione con Ruggeri e Paci. Torna abbastanza sottotono in finale, un po’ buttata lì, come se avessero già capito di non aver altro da dire. Facendo una media, 7-

GHEMON – ROSE VIOLA

Ghemon è l’unico che si veste in maniera più improponibile di Arisa. A parte questo, porta un bel brano, costruito con cura e con un bell’arrangiamento. Sanremese, senza dubbio, ma con una sua freschezza. Nella versione duetto, con Diodato (un fenomeno, il ragazzo) alla voce e i Calibro 35 che riempiono il brano di sonorità anni ’70, diventa spettacolare. Altra canzone che passerà molto in radio. 7.5

EINAR – PAROLE NUOVE

Un sottoprodotto della scuderia De Filippi. Presente solo come memento mediocritate. 1

EX-OTAGO – SOLO UNA CANZONE

La sensazione è che potessero fare molto più di così. Band onesta, un pezzo onesto, niente guizzi, niente particolare coraggio. Probabilmente entro breve l’avremo dimenticata tutti, pure loro. E non sarà un male. 5.5

ANNA TATANGELO – LE NOSTRE ANIME DI NOTTE

La Tatangelo dice ai giornalisti che loro lavorano anni ai dischi e non si possono recensire con un solo ascolto, ma scherziamo? Chissà perché queste cose le dicono sempre e solo certe categorie di cantanti.

Le categorie che fanno cagare, se non fosse chiaro. 2.5

IRAMA – LA RAGAZZA CON IL CUORE DI LATTA

Come detto, qui urge un po’ di delicatezza che è il secondo idolo di mia figlia e con il primo sono stato un po’ brusco.

Irama si presenta con un bel testo. Un po’ retorico, un BEL po’ retorico ma è scritto in sostanza da uno appena uscito dall’adolescenza per adolescenti. Ci sta.

Irama mi fa tenerezza, perché non è arrogante, non è prepotente e nonostante questo riesce ad avere una grande sicurezza nelle sue scelte.

Che però, poveretto, per questo Sanremo sono quasi tutte tragicamente sbagliate, come se lo facesse apposta. Lui, oppure deve cambiare produttori. Nel brano c’è un’ampia parte di parlato, più che di rappato, che per costruzione, scelta delle parole e ritmica mal si adatta al cantante, che infatti è spesso in affanno, insegue, si mangia le parole. Si riprende nel ritornello, ha una bella voce, ma a quel punto cosa ci mettono? Un coro gospel. Così, a caso, inutile a tutto tranne che per coprire la voce del cantante che quindi non spicca nemmeno nel punto dove funziona meglio. Per non farsi mancare niente, sbaglia il duetto coinvolgendo Noemi che, per timbro e per caratteristiche, non è per niente adatta al parlato e stride con il coro nei ritornelli.

Il ragazzo è giovanissimo e ha tutto il tempo per migliorare. Mi sorprende però la poca cura dedicata a un cantante che, nonostante tu, sta avendo un gran successo. Nota dolente rara tra la scuderia De Filippi. 6.5

ENRICO NIGIOTTI – NONNO HOLLYWOOD

Fa una mezza polemica sul fatto di dover cantare sempre dopo mezzanotte. Fosse stato anche prima, la canzone non sarebbe migliorata di una virgola. 2.5

MAHMOOD – SOLDI

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Il vincitore di Sanremo 2019. Mi è piaciuto da subito, fresco, divertente nonostante la “severità” del testo. Molto interessante il mix tra i sentori di reggae, le influenze arabeggianti e quella voce che continua a ricordarmi, inevitabilmente col sorriso, un ottimo Antonello Venditti. Mi ha fatto anche una gran tenerezza la sua reazione alla vittoria, da bambinone che non crede a quel che succede, anche se poi in più occasioni ha parlato del lavoro che c’è stato dietro e ha confermato che, in questo successo, non c’è niente di improvvisato.

Le polemiche del dopo vittoria sono semplicemente state disgustose. Mi è spiaciuto abbia dovuto dire “sono 100% italiano” come se non fosse ovvio, come se dovesse giustificarsi. Pessimi anche quelli che hanno provato ad eleggerlo santino dell’integrazione. Integrazione un cazzo, è di Gratosoglio. Oddio, in questo caso avrebbe anche senso. Proviamo in questo modo … bla bla… Integrazione un cazzo, è di Milano. Ecco sì, così è decisamente meglio.

Scherzi a parte, ho molti amici a Gratosoglio. Anche due miei gatti che ora sono morti hanno vissuto a Gratosoglio. E sono morti per cause naturali e non in una guerra tra narcotrafficanti. Giuro.

Comunque sia, il brano acquista forza ascolto dopo ascolto insieme alla sicurezza del cantante. Durante la finale nemmeno la falsa partenza per un problema tecnico lo scuote (arriva da Sanremo Giovani. Io ho quasi il doppio dei suoi anni e giovedì, mentre presentavo un libro, sono andato in panico perché sul proiettore alle mie spalle è partita la pubblicità di youtube e stavo parlando d’amore sofferto con il trailer di fast & furious sullo sfondo e The Rock che faceva esplodere tutto). Non tra i miei finalisti ideali, ma una volta arrivato lì è superiore alla concorrenza per ampissimo distacco. Una larga fetta di italiani, che per semplicità chiameremo teste di minchia, non accetta questa cosa perché, fondamentalmente, è un arabo trombacammelli dato il padre egiziano. Tra questi la Maglie, a cui vogliono dare la striscia su rai 1 che fu di Biagi. Felicitazioni! Fortunatamente i giornalisti e quelli che di musica capiscono qualcosa votano in massa l’unico candidato credibile e gli regalano il primo posto. La canzone in sé passava già moltissimo in radio. Ora lo farà molto di più e non sarei stupito se sarà una delle più remixate di quest’estate. E comunque tutte queste mie parole sono inutili. Daniele Silvestri ha detto che è una vittoria strameritata, quindi è così e basta. 9


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Giorgio Arcari

Docente di scrittura creativa, scrittura comica e recitazione.

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