Siamo vittime della prova costume

Io e lo sport non ci siamo mai frequentati molto: incontri fugaci, sporadici e incostanti tentativi di mantenersi in contatto… Un rapporto sofferto e travagliato, fatto di aspettative reciproche puntualmente disattese e promesse di non perdersi di vista, mai mantenute. Ormai erano anni che non ci parlavamo più. Poi, come spesso succede, l’avvicinarsi della bella stagione ed il ripetersi dell’odioso ritornello televisivo “sei pronta per la prova costume?” mi hanno costretta a riflettere seriamente sul mio punto vita e a prendere una drastica decisione, di cui mi sono pentita quasi subito: mi sono iscritta in palestra. Ora, dopo anni di convivenza forzata con me stessa, posso dire di conoscermi abbastanza bene ed è per questo che ho pagato tre mesi anticipati… e mai decisione si è dimostrata più saggia e previdente. Al terzo giorno, ognuna delle due gambe voleva prendere direzioni diverse, secondo scelte del tutto arbitrarie e, a causa del loro improvviso ammutinamento, salire le scale risultava piacevole come l’estrazione di un molare senza anestesia. Francamente, sarebbe bastato molto meno per convincermi a desistere, ma non sia mai che rinunci a qualcosa che non volevo, e che adesso voglio ancora meno, ma che ho già pagato. Quindi, qualche flacone di crema antinfiammatoria più tardi, mi sono ripresentata in palestra, armata dello stesso entusiasmo che si prova nel sottoporsi ad una colonscopia. Non so perché, ma ho sempre l’impressione di entrare in un girone Dantesco: un luogo pieno di macchine infernali e strumenti di tortura, in cui la gente suda e soffre passivamente, sotto la sorveglianza di istruttori totalmente privi di compassione. L’attrezzo ginnico che m’incute maggiore terrore è il Tapis – Roulant: parte sempre a tradimento e ad una velocità innaturale. (Continuo ad immaginarmi mentre scivolo, trascinata via e scaraventata a gambe all’aria sul pavimento, come nelle peggiori parodie cinematografiche.) E vogliamo considerare che, dopo aver trascorso quindici minuti a correre spasmodicamente su un nastro trasportatore, sentendomi un criceto, e aver quasi creduto di vedere Padre Pio offrirmi una Coca-Cola, è estremamente frustrante constatare di aver consumato le calorie di un Tic Tac?! Praticamente, se avessi l’impudenza di voler smaltire una bistecca, dovrei percorrere lo stesso kilometraggio della maratona di New York. Due volte. Ma il peggior effetto collaterale di quest’esercizio si verifica quando il tappeto smette di scorrermi sotto i piedi: in quel momento entro nel mondo Vodafone e “tutto gira intorno a me”. E’ come scendere da un’imbarcazione: sono ferma ma ho la sensazione di stare ancora “rollando” e mi viene anche un po’ da vomitare. (In effetti, mi chiedo perché dovrei rinunciare a tutto questo…). Altro esempio di rievocazione nostalgica del sadismo medioevale è lo Step: un estenuante e doloroso saliscendi che, dicono, dovrebbe servire a rassodare i glutei. (Non so i vostri, ma i miei non sembrano credere a tutto quello che si sente dire in giro…) Inutile precisare che, nonostante la mia determinazione a resistere, dopo sette minuti esatti rischio l’infarto. Il colpo di grazia, poi, me lo elargiscono a piene mani le ragazze dai fisici scolpiti nel marmo, che non sembrano nemmeno fare fatica: l’amara verità è che le “gnocche” non sudano. (Com’è possibile??? Le fanno idrorepellenti??) Mentre io arranco in preda allo sconforto e alle allucinazioni, loro passano con disinvoltura da una macchina all’altra dispensando sorrisi e scuotendo le loro chiome fluenti. Alcune, travolte da un impeto di generosità, cercano di darmi dei consigli “per il mio bene”, frase che mi provoca feroci attacchi di panico, visto che l’ultima volta che l’ho sentita pronunciare dai miei genitori, mi sono ritrovata iscritta alle liste del collocamento. La restante fauna indigena, invece, è composta da bizzarri personaggi: il “tipo da spiaggia” che si presenta con le infradito, incurante degli sguardi malevoli di chi gli augura lo schiacciamento dell’alluce sotto un peso da 5 kg; l’immancabile “body – builder” che si posiziona sempre a favore di specchio, per potersi rimirare gli enormi bicipiti, abbondantemente illegali nella maggior parte degli stati europei; la “caterpillar”, talmente impegnata a rispettare la tabella di marcia, che potrebbe investire chiunque le intralciasse il cammino, con la stessa delicatezza di uno shuttle; “l’anoressica taglia 38” che, se la guardi di profilo, ha la stessa silhouette di una lastra di polistirolo e mi costringe a chiedermi “che diavolo ci fa qui?! Si è persa?! E’ profondamente Cattolica e si sta punendo per il Peccato Originale? Se non ama nutrirsi, com’è evidente, non è già abbastanza triste??!” Giuro che se portassi una 38, dovrebbero emanare una legge per obbligarmi a frequentare una palestra! E non sono sicura che basterebbe. Certo, mi perderei gli incantevoli scambi di battute che gli uomini amano rivolgersi quando sono in gruppo: “…occhio a piegarti così di scatto: se ne parte una grossa all’improvviso, ti sbraghi…” In altre parole, ogni stereotipo viene rigorosamente rispettato: gli uomini parlano di sport, auto e donne e si sfottono fra di loro; le donne parlano di diete, cosmetici e vestiti e spettegolano alle spalle delle amiche. Tutto come da copione. Solo una cosa non mi torna: a cosa serve fare tanta fatica, se poi ho il doppio della fame e potrei trovare commestibile perfino un comodino??

di Romina Marzi

Autore

Romina Marzi
Romina MarziCopywriter
Laureata in Scienze della Comunicazione, dal 2008 lavora presso l’agenzia TEN Advertising s.r.l. con la mansione di copywriter. Si occupa di stilare e correggere i testi commerciali che vengono usati per campagne pubblicitarie, siti web, brochure, presentazioni aziendali o di prodotto. Collabora alla realizzazione della Rivista La Maison e Lifestyle dove, nel corso degli anni, ha ideato diverse rubriche a carattere umoristico: “pausa caffè”, “quel sassolino nella scarpa”, “Lui dice/Lei dice”.
Romina Marzi

Laureata in Scienze della Comunicazione, dal 2008 lavora presso l’agenzia TEN Advertising s.r.l. con la mansione di copywriter. Si occupa di stilare e correggere i testi commerciali che vengono usati per campagne pubblicitarie, siti web, brochure, presentazioni aziendali o di prodotto. Collabora alla realizzazione della Rivista La Maison e Lifestyle dove, nel corso degli anni, ha ideato diverse rubriche a carattere umoristico: “pausa caffè”, “quel sassolino nella scarpa”, “Lui dice/Lei dice”.

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