Spazi esterni: evoluzione dell’abitare – Nudi spazi, il colore del vuoto

Nudi Spazi, il colore del vuoto

Gli spazi esterni, siano essi giardino o corte pavimentata, sono a volte indicatori del modus vivendi di chi abita l’edificio. Nella realtà riminese essi sono assimilati ad aree da colmare con “oggetti” (gazebo, tende, panchine, casette lignee per gli attrezzi, vasi nelle diverse forme e dimensioni) in una indefinita tensione tra memoria nostalgica dell’affannata aia contadina e sogno della villa di campagna; affiora un predominio del “pieno” nei confronti del “vuoto”, meno rassicurante e ben più impegnativo. Una dittatura implacabile dell’horror vacui che contagia singoli cittadini e pubbliche amministrazioni prodighe di installazioni, sculture luminose, insegne.

Il vuoto è un vocabolo affascinante perché indica un movimento in sottrazione (spazio) ed un ritorno ad una primitiva tabula rasa (tempo), piattaforma di partenza per la creazione. Un aforisma orientale recita che arricchire gli spazi non serva, in quanto l’uomo è di passaggio su questa terra; a questo presupposto filosofico attinge certa architettura giapponese, razionalista e minimalista; alla corte come luogo protetto ed intimo è connessa l’essenziale architettura mediterranea.

L’architetto americano Louis I. Kahn percorre le stesse strade progettando forse il più significativo edificio dell’architettura del dopoguerra. Riguardo alla grande piazza delimitata dalle cortine in cemento che conducono all’oceano, Kahn ebbe una prima idea di riempire lo spazio con dei filari di pioppi cipressini, per smorzarne la forza spettrale; poi, dubbioso, chiese a Luis Barragan un parere; l’architetto messicano, recatosi sul luogo, rispose con fermezza: “Non metterei alcun albero né un filo d’erba in questo spazio. Questa dovrebbe essere una piazza di pietra, non un giardino.”
 Kahn accettò questa soluzione che esaltava il vuoto, senza compromessi naturalistici o formali, in tutta la sua nuda astrazione intellettuale.


L’architetto spagnolo Alberto Campo Baeza, disegna una corte estremamente semplice nell’uso dei materiali e delle forme architettoniche, attingendo ai paradigmi originari dell’abitazione umana: il muro come delimitazione protettiva, l’intonaco grosso color bianco che protegge dal sole. Gli alberi e l’acqua divengono simboli della natura, presente con umile e silenzioso distacco. Prevale anche qui l’incanto del vuoto creativo perché non presentando nulla di reale, tutto può originare. Il vuoto è tanto assordante da essere non solo udito dall’orecchio dell’anima, ma ammirato direttamente nel suo colore immaginario.
Vittorio Sereni con linguaggio poetico esprime così la forza metafisica del vuoto come assenza:

“..non lo sospetti ancora
che di tutti i colori il più forte
il più indelebile
è il colore del vuoto?”

Assunto carico di significati, il vuoto può divenire non solo elemento progettuale, ma fulcro dell’organismo architettonico.

A cura di: Alessandro Franco – Architetto (RCF & Partners)
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