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Storie di ordinaria follia: Il viaggio della speranza (prima parte)

Il Viaggio della Speranza

(prima parte)

E’ quasi l’alba. Un timido bagliore rischiara l’orizzonte sulla città di Cesena, avvolta in un mantello di silenzio da cui fuoriesce solo qualche cinguettio di uccelli mattutini e il lontano abbaiare di un cane. La primavera è inoltrata, ma la bizzarria del meteo ci ha regalato una mattina stranamente fredda. Tento di scaldare le mani sfregandole una contro l’altra. Un vagito esce da una cesta di vimini su cui giace una coperta da cui spunta un visino nuovo, dolce, della nostra neonata figlia. Guardo Angela avvolta in un foulard grigio da cui emergono due occhi bellissimi, carichi di timore. “Dobbiamo andare” le dico. Una piccola increspatura emerge dalle sue palpebre e lentamente scende lungo le gote. Lei si volge verso la sua dimora che lentamente si allontana ciondolando al ritmo dei passi del mulo che ci trasporta. “Sei sicuro che stiamo facendo la cosa giusta?” mi dice. “Si amore mio. Io sono sammarinese e sono certo che la mia Repubblica offra molte opportunità di lavoro. Lì potremo iniziare una nuova vita con nostra figlia”.
“Ma all’anagrafe hanno detto che per portarla a San Marino devi fare il certificato di immigrazione visto che è nata in Italia. Inoltre sai bene che io sarò clandestina dato che non siamo sposati e ancora non ho un permesso di soggiorno in quanto madre di tua figlia”.
“Lo so tesoro, è per questa ragione che stiamo facendo tutto ciò. La prossima notte quando sbarcheremo ai confini di San Marino, se tutto va come credo, riusciremo ad arrivare nella grotta che mi ha indicato un amico e lì ci rifugeremo. Altrimenti, se ci dovessero fermare, per te chiederemo l’asilo politico”.
Appena ho cessato di parlare lei abbassa il capo e lo volge verso le ultime abitazioni del suo quartiere che ci stiamo lasciando alle spalle. La stringo a me. “Andrà tutto bene vedrai” le dico. Incrociamo alcuni autocarri carichi di lavoratori dei campi. In un cielo ancora dominato dai colori della notte notiamo solo il chiarore degli sguardi stupiti e del loro sorridere nel vederci. Uno ci fa un cenno di saluto e nel trambusto del rumore del motore odiamo anche un sincero “buona fortuna amici”. Loro sanno cosa significa tutto ciò che stiamo facendo. Chissà com’è stato il loro viaggio? Da dove saranno partiti? Mentre questi pensieri si accavallano nella mia mente l’immagine del Ponte Vecchio sul fiume Savio comincia a prendere forma dietro le fronde degli alberi lungo il corso d’acqua. Sotto l’arco del ponte, una piccola barchetta ci attende. A guardarla non sembra molto solida e sul bordo superiore ha delle strane scalfitture alcune delle quali trapassano completamente il legno. Sembrano i segni di proiettili. L’immagine è poco rassicurante e ancor meno lo scafista che si avvicina. Un tipo tracagnotto con i capelli e i baffi unti, la camicia sbottonata da cui si intravedono due crocifissi con i cristi che annaspano nel tentativo di non affogare in mezzo ai folti peli del petto. Indossa un paio di assurdi calzoni cortissimi a righe verticali da cui sbucano due gambe corte e tozze. Ci chiede di salire velocemente.
“Siete in ritardo porca puttena”.
Mentre saliamo sulla barca tento di spiegargli che l’avviamento a freddo del mulo ci ha creato qualche problema. “Sono chezzi vostri se ci vedono a cheusa della luce”, ci dice. Discendiamo il Savio verso l’Adriatico. Dopo qualche ora, con il sole già alto in cielo entriamo nell’Adriatico e ci dirigiamo in direzione Rimini.
(Continua)

 

Ettore Mularoni

Storie di ordinaria follia.

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