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Storie di ordinaria follia: la sottile linea rossa

La sottile Linea rossa

Mi è capitato spesso di ripensare alle giornate trascorse a giocare con la Play Station, solo come un panda o in compagnia di amici. A urlare ed imprecare per dei goal sbagliati o subiti, oppure ad esultare per una vittoria ottenuta all’ultimo minuto. Viaggio a ritroso nel tempo e mi ritrovo poco più che ventenne a baloccare con la pista per le macchinine della Polistil.
Mi diverto a fare la curva parabolica in derapata e ad incrociare la traiettoria con il mio avversario. Il modello che possiedo ha anche il dispositivo per fare il rifornimento di carburante alle auto in gara. Regredisco ancora e arrivo all’età della scuola media, quando gioco con il trenino elettrico della Lima. Osservo la magia del passaggio a livello che si abbassa sotto il peso del convoglio in arrivo o quando sbuca dalla galleria, comprata alla “Coin” a Rimini quando ancora si chiamava “Omnia”. Il divertimento è intervallato da incazzature continue nel dovere unire le rotaie che si staccano continuamente fermando il treno. In età pre-scolare mi ritrovo con Pakkiul, nello studio di casa sua, ad inventarci una storia con uno dei tanti giochi che aveva nella cassapanca sul terrazzo. Oppure ci ispiriamo ad una storia presente sull’enciclopedia “I quindici”. Arrivo a qualche anno prima mentre gioco alla guerra con i coetanei, con i fucili realizzati con un asse di legno con un chiodo in cima, una molletta ed un elastico. Le immagini scorrono nitide nella mia mente quando la mia ragazza si avvicina a me e con uno sguardo tenero, amorevole e timoroso mi dice “…è un po’ che non mi vengono. Ho preso il test”. Le visioni di prima ora si annebbiano. Lei espleta sul misuratore poi ci abbracciamo nell’attesa di vedere apparire o no la sottile linea rossa. Non si fa attendere più di tanto. Bella evidente. Vacillo un attimo. Un tornado spazza via la Play Station, la pista della macchinine, il trenino, i giochi con Pakkiul e i fucili ad elastico. Alzo lo sguardo verso lo specchio sopra la mensola su cui è poggiato il test indicatore. Osservo la mia immagine riflessa e fatico a vedermi padre. Io? Un eterno bambinone rinchiuso in un corpo peloso (tranne che dove vorrei) e a cui piace giocare ancora come trent’anni fa. Un po’ frastornato stringo forte a me la mia ragazza, mentre provo un solletico che parte dal cuore e mi fa venire i brividi in tutto il corpo. Torno a casa, sbattuto come se mi fosse passata sopra l’armata rossa in parata. Per qualche giorno ho l’impressione di vivere in una realtà ovattata, con un nido di vespe al posto del cervello. Sono passati più di due mesi da quel giorno e fino a qualche ora fa facevo ancora fatica a crederci. Poi l’ho visto in tv. Una sonda ad ultrasuoni posata sulla pancia della mia ragazza me lo restituiva bello e beato su uno schermo. Appena si è accorto che lo stavamo inquadrando ha alzato un braccio per salutarci per poi girarsi immediatamente e mostrarci per lungo tempo il suo posteriore. Di pochi centimetri ma già burlone; è proprio mio figlio! Ora le paure si stanno a poco a poco dipanando per dare spazio ad una grande gioia. Volevo rendervi partecipi del mio entusiasmo e cogliere l’occasione per augurarvi un felice Natale e uno strabiliante 2010. Per quanto mi riguarda sono certo che lo sarà.

Rubrica a cura di: Ettore Mularoni

Ettore Mularoni

Storie di ordinaria follia.

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