Un lavoro da chiodi

Io sono figlio d’arte. Mio padre vendeva colla ed accessori per mobili; io vendo colla ed accessori per mobili, ma un po’ meno di lui. Lui era uno di quelli bravi, molto bravi. Un figlio d’arte non ha l’ansia da prestazione. E’ l’incarnazione dell’ansia da prestazione. Perché il maestro non lo devi cercare, ti cade sulla testa. Una fortuna, si può pensare. Ma se a cena la peperonata è condita da un contorno di consigli, non diventa sicuramente più digeribile. Andare in giro col maestro che dimostra sicurezza in ogni situazione, sa destreggiarsi ovunque e con chiunque, ti fa sentire un pulcino spennacchiato vicino ad un’aquila reale. Ecco, per difetto, è questa la sensazione.

Sapendo che lui sa vendere anche il fumo delle pipe e tu non sarai mai all’altezza, giunge finalmente il momento in cui vieni spedito da solo, carico di aspettative (degli altri). Il cliente tipo, che devi visitare, è l’artigiano (falegname) con qualche dipendente, solitamente si è fatto da solo, probabilmente di qualche sostanza che lo fa sentire un Dio onnipotente e onnisciente nella sua materia e in almeno tre universi paralleli confinanti.

Tu, ovviamente, al suo cospetto non puoi che essere un cretino e vi assicuro che sentirsi cretini è già di per sé molto rassicurante. In più, hai l’aggravante di essere giovane e senza esperienza; per cui vieni corretto pure sulla tecnica di vendita che “sapientemente” esponi. (Immaginavo di non entrare in un ambiente di verginelle educande inglesi, ma la mia fantasia non poteva arrivare a tanto!) Per la mia prima volta, scelgo un paesino di campagna sperduto nella pianura padana, dove pensavo che il massimo dello stress fosse organizzare l’annuale festa dell’Unità. Errore madornale. Varco il mio primo portone industriale ed il titolare della falegnameria si rivolge a me, senza nemmeno spostarsi dal suo luogo di lavoro (esattamente dalla parte opposta del capannone), con un tono di voce così leggero che per tutto il tempo riesce a coprire il suono delle seghe circolari e degli aspiratori di polvere e trucioli. Il tipo cambia anche espressione e di colpo anni ed anni di catechismo, che mi avevano solo dato una vaga immagine del demonio, prendono corpo e diventano realtà. Lo vedo, ora finalmente so che faccia ha il maligno.

Gli manca solo il neon lampeggiante sulla fronte col numero 666. In compenso, le sue parole risultano assolutamente confortanti: “Voi rappresentanti non avete di meglio da fare che venire a rompere le balle a chi lavora! Oggi sarai il centocinquantunesimo! E comunque sono così affezionato al mio prodotto che piuttosto cambio moglie, ma non prendo nemmeno in considerazione quello che mi proponi te!”.

A questo punto, saluto gentilmente con un sorriso che potrei avere solo dopo la cementazione facciale di una settimana, dentro ad una betoniera. E me ne vado carico di speranze per la mia futura carriera. Le esperienze successive sono altrettanto esaltanti: c’è chi mi insegna bestemmie inimmaginabili, chi si incazza talmente tanto e talmente bene da convincermi a fare 750 chilometri per la vigilia di Natale, solo per completare la sua scorta di dieci viti. C’è chi litiga col socio come farebbe una coppia di vecchi sposi ed io, che avevo organizzato la visita con l’ispettore di turno, simulo una paresi facciale perché so che incontrare anche solo per sbaglio lo sguardo di quest’ultimo, avrebbe un effetto scatenante risate, da fusione nucleare.

Insomma, tutto tranne la noia, ma la cosa più importante che impari negli anni è che tutto quello che ti viene insegnato non conta nulla.
Quello che conta è trovare il tuo stile. Che è solo tuo.


di Fabrizio Bisognani

Fabrizio Bisognani
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